Martedì 17 Luglio 2018 | 17:44

Moana Pozzi, "la pornostar più bella del mondo nel suo spettacolo a Bari"

moanadi ALBERTO SELVAGGI

Moana Pozzi pochi giorni fa ha compiuto 50 anni; da morta, dato che è ancora viva. Auguri. In questo periodo di celebrazioni, fiction, documentari, anche Bari deve ricordarla. Primo febbraio 1988. Il fenomeno delle pornostar, pilotato dal patròn di Diva Futura, Riccardo Schicchi, era allo zenit in Italia. A rappresentarlo, in un clima di fuoco e ostracismo conturbato, piovve l’icona nascente del divino sessuale.

Ore 16,30, cinema King, oggi Teatro Nuovo Palazzo: «La donna più bella del mondo nel suo spettacolo mozzafiato, per la prima volta dal vivo a Bari». Moana guardava dal manifesto, algida fiera a quattro zampe: corpetto, guanti lunghi, tacchi. Agenti, carabinieri, blindati, corso Sonnino presidiato. Alla chetichella impiegati, vecchi sbavanti, rampolli arrembanti, professionisti, biglietto salato per lo show riproposto fino a tarda serata.

Buio in sala, appare una bellezza velata sul palco, a sinistra un’enorme conchiglia schiusa ad accogliere carni, a destra una mano di cartapesta dorata. La apripista delle quattro supporter gioca con la sagoma di un «Porno plane». Scende in platea, scambi allusivi col pubblico, carezza e lascia toccare, cavalca uno spettatore e lo conduce sulla ribalta per lasciarsi baciare in ogni anfratto. Sguardi vitrei, tensione rotta da battute triviali. Piena luce, soltanto facce di maschi, forze dell’ordine ovunque piantate: «Ehi, ah ah, anche tu qua?». Certo, da settimane non si parlava d’altro in città. Cascata di applausi: si materializza Moana. Bella, molto, alta, passo regale che «piaceva tanto» alla madre Rosanna. Abito argenteo, musica, canta non male. Fumogeni, lampi di sangue: e quel genio nietzschiano, nutrito di Poe, Sade, Sant’Agostino e Bataille s’inarca sulla grande mano, distende le gambe sull’altare centrale, soggiace alla frusta in giochi sessuali anche se sta all’erotismo come la Terra a Marte.

È un’esibizione, fatalità; una dominatrice remissiva come le educande di classe. Tamburi, notte totale, scompare, riappare in intimo nero di pizzo, mostra il seno, libera il sesso e simula estasi orgasmiche. Applausi: «Ciao, come va?». Ironia metallica, schermaglie, scende i gradini e si accoccola sui ginocchi di un tale Francesco, ne monta un altro, oscenità, risate: risale. Chiama uno spettatore in scena, lo tocca, domanda carezze, gli chiede di offrirle la virilità: la platea è in fiamme. Un volontario guadagna il proscenio d’un balzo, si esprime in tutto ciò che è possibile fare, vergogna azzerata. Il ragioniere Maurizio in gilet rosso s’avanza: ovazione: «Ti amo, Moana», timorato la bacia. Un facinoroso parte dal fondo a razzo, scavalca gli ostacoli e si tuffa direttamente fra i seni della venustà. Poscia esulta a braccia levate e si catapulta sulla folla che ormai sommuove le fondamenta del palco. Polizia, adoratori placcati. Moana svanisce e si ripresenta nuda in stivali. Un ingegnere piange: «Vorrei sposarti». «Ti porterei un mazzo di rose» rompe gli indugi un altro. Una ventina di ossessi all’arrembaggio, caos, gorilla, nudità pulsanti: «Grazie a tutti, ciao!».

«Gli show di Bari – ricorda Schicchi che la accompagnava – segnarono il salto di qualità di Moana in ambito live, tanto che presto tornammo in provincia dalle vostre parti: e ricordo più l’amore incontrollabile che scatenarono delle stupende grigliate di pesce che ci offrivano nei ristoranti».

Quelle sere un solo non-giornalista, neolaureato, testimoniò quanto celebrato: scribacchiava per diletto bazzicando l’Università. Era la prima intervista della sua vita: scelse Moana. Lei gli apparve in visone selvaggio: controllo empatico impressionante, intelligenza che dominava, proprietà di linguaggio. E quel verde, rettile sguardo squagliò d’improvviso in un impulso di dolcezza di madre. Il tale, particolare agghiacciante, aveva trascritto sul taccuino in nero le domande e in rosso le risposte che la diva avrebbe poi pronunciato: corrisposero tutte quante. «Vivi come se dovessi morire domani e pensa come se non dovessi morire mai».

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