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Mercoledì 24 Gennaio 2018 | 10:54

Basta capretti e agnellini: sono "vegano"

agnello pasquale incazzatodi ALBERTO SELVAGGI

Basta, via quella pancia, via quella trippa: d’accooòrdo?! Non vi voglio più intossicati e sformati dai grassi di capretti e agnellini. Cosa sono questi rotoli di ciccia che vi pendono come anelli di totano e giganteschi lombrichi? Siete brùtti e dite: «Mi sento intorpidito, non digerisco, la cellulite mi ha ridotto a scafandro e temo nasconda di peggio». E ceeèrto! È un problema di dieta. Via lo stomaco da pinguino e le còssie ridotte a prosciutti cadenti, smettetela di trangugiare carogne di bestie sgozzate e i loro derivati fetenti, ancor più in questa Pasqua di sacrificio. Niente grigliate, brodaglie di ovini: fatevi vegani, e senza sprecar soldi in cremine. D’a ccooòrdo?! D’accordo; va bene; per un momento mi sono incarnato in Wanna Marchi. Perché in questa domenica santa, in questa tornata di abbuffate carnivore c’è gente che pena. 

Sono gli ultrà del vegetarianismo, gli extraterrestri della deglutizione, i vegani che, sposando l’amore universale e l’idea d’uguaglianza tra i viventi, non soltanto evitano di mangiare animali, ma aborrono finanche i loro derivati: uova, latte e così via. «Per noi la Pasqua è un periodo di lutto», intonano l’Agnus Dei. A Bari non sono molti ma neppure pochissimi: c’è chi dice 300, chi un centinaio, alcuni navigano in solitaria per cui è vaga la stima. 

Democratici, rivoluzionari in essenza, sono un gruppo a gestione orizzontale che sul web si impernia su Puglia veg*ana dialogando con i Veganimalisti di Lecce, Taranto e altri sodali attivisti. Giovani, o incanutiti, pacifici, antispecisti, recuperano e si scambiano vestiti: «Non ne compriamo da tempo». Rastrellano cibo da ristoranti e market per distribuirlo ai poverelli. Praticano il baratto, ecologismo in comunione con la Terra, compongono gruppi di acquisto presso l’azienda agricola Giunchiglia di Bitritto, la romagnola ConBìo, produttori nostrani, negozi biologici cittadini. 

Vincenza Patruno, vegana di 42 anni, e Maurizio, 50, vegetariano, hanno inaugurato Vegopolis, primo B&B con Scuola di pratiche ecosostenibili, a Monopoli, contrada Zingarello, prezzi competitivi e colazioni vegan e bio. I praticanti non sono biafrani come sosteneva il mio doppio Wanna Marchi a inizio articolo, bensì sani, talora tondetti. Li veggio davanti alla chiesa di San Ferdinando, fanno volantinaggio per «Una Pasqua senza sangue». Li avvisto in ordine sparso e una visione mi prende: un agnelletto strappato all’amore materno, recluso, immobilizzato per preservare la mollezza di fibre, infilzato a un gancio, dissanguato: lacrima, e io piango: maledetti, maledetti vegani. A casa ho dei biscottini al latte: «Viene munto in maniera coercitiva». A casa ho ovetti sodi (spero non avariati) da piluccare per sera: «Sono esseri che dovrebbero nascere, pensaci». 

E cosa contiene la pastina? E le barrette per astronauti con le quali talvolta rimedio il pranzo? Ho un tubetto di colla al pesce, un prodotto lifting a base di bava di lumaca per stirarmi come Lilli Gruber e Marina Ripa di Meana: dovrò farne a meno. Sul ring della logica una adepta mi stringe: «Siamo onnivori, possiamo scegliere se mangiare animali e derivati infliggendo tormento ad altri viventi». E l’afflizione dilaga dopo le cene che mensilmente organizzano per ritrovarsi e fare proseliti, nella sede dell’associazione ambientalista Terre del Mediterraneo, via Piave. Seitan, tofu e soia declinati mirabilmente, vegetali e spezie, un amalgama giallo fiorito. Ma una videoproiezione digestiva gela i novizi: passi di Plutarco contro la mattanza, primi piani di agnelli biblici, sangue, belati, starnazzi, muggiti. Mi batto il petto tre volte, il flagellum l’ho già per punirmi. In questa Santa Pasqua a tavola beccherò soltanto miglio. Perché ora so che con le galline condivido anche il quoziente intellettivo.

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