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Sabato 20 Gennaio 2018 | 20:11

Un Terminator per liberare Bari dai colombi invasori

piccioni, colombidi ALBERTO SELVAGGI

Ecco che arrivano in un frullare di piume e di polveri, orridi come le scimmie volanti della Strega dell’Ovest nel Mago di Oz. Tubano, grugano, infestano, s’infettano nei loro amori generando per sei volte all’anno piccole alate aberrazioni. Odio, sì, se c’è qualcosa da odiare al mondo: odio i colombi.

Simili a topi con le ali, tozzi e protervi, grigi e importuni, incontenibili nella loro invasione, strizzano gli occhi rossi d’orrore. E guardano, avanzano, borbottano, s’allontanano e muoiono senza curarsi della sepoltura. Brucano come mucche beccute, spargono guano che corrode la pietra, il laterizio, grondaie, sottotetti, monumenti, balconi, carrozzerie di automobili bruttandone scientemente le maniglie d’apertura. Centrano crape pelate o folte.

Le evacuazioni, espressionistici grumi, contengono elementi patogeni. Zecche, cimici, pulci si annidano nei loro corpi; salmonella, chlamydia: 60 malattie vengono attribuite ai piccioni. Non è frequente la trasmissione all’uomo. Ma i ratti piumosi sono brutti, insozzano; in città, data l’esuberanza da porno attori, sono diventati decine di migliaia: troppi. E non più soltanto nel borgo antico, che ha chiesto più volte giustizia al Comune. Ma anche al Libertà, al Murat, teatro di espropri proletari di pietanze sugose, al Picone, in piazza Garibaldi, via Napoli che pullula dei loro centri sociali, teatro di «okkupazioni».

Assoedilizia li vuole morti: pulizie, bonifiche, restauri per milioni. A Palo del Colle l’amministrazione incaricò l’Istituto di patologia aviare di Bari di redigere un piano d’azione per restituire le condizioni igienico-sanitarie a un umano fattore. Corato ha promosso la riduzione dei siti nidificatori, infliggendo sanzioni ai partigiani collusi con i colombiformi. Il Comitato popolare leccese ha sensibilizzato il sindaco Paolo Perrone. E a Galatone una camicia bruna ha piazzato gabbie per far secchi gli obbrobri. Combattenti si muovono nell’ombra, armati non di falchi cacciatori, di mangimi antifecondativi, repellenti o dissuasori, ma di fucili e granaglie all’arsenico che i marrani tuttavia vomitano. Bari, ahinoi, non può vantare movimenti di liberazione: qualche verifica, una vaga ipotesi di ricorso agli infrarossi.

Dopo gli avvelenamenti a Foggia e a Cerignola si è fermato tutto: l’Enpa ha minacciato le amministrazioni «che soffiano sul fuoco dell’intolleranza e sulla psicosi anti-colombo». È giunto dunque il tempo dell’eroe, del condottiero d’anime, come direbbe Sigmund Freud, sfegatato ammiratore del Duce, che guidi i proni alla sollevazione. Drin-drin!, pronto?, professor Girolamo Di Modugno? «Eccomi, dica». L’ordinario di Patologia aviare di Veterinaria, Università di Bari, modula la sua squisita inflessione: «Non può sterminare i piccioni, perdoni. Nel capoluogo esiste una sensibilità riguardo al problema, ma bisogna distinguere da zona a zona. È l’eccesso, la consistenza numerica dei volatili che arreca danno». Appunto. «Ma questo vale per qualunque essere vivente, per i cani, per gli stessi uomini».

Uomini; in effetti, anche sui baresi farei un pensierino eccome. «Un’ispezione sarebbe utile, ma badi che si agisce sempre nel rispetto delle normative di gestione e dell’igiene connessa», avverte con garbo di ragionatore. Già, le leggi. Catene per ogni anelito al puro. Il Regolamento per la tutela dei diritti degli animali del Comune non lascia scampo: «Ogni intervento dovrà rispettare le regole del benessere» dei colombi, art. 48. Poi ci sono gli animalisti e non sono più ammesse liste di proscrizione con i loro nomi. Niente napalm, lanciafiamme, niente veleno né attrattori sonori celati nelle gole dei trituratori. Rimandiamo il putsch di Monaco. Teniamoci i piccioni, non voglio finire al gabbio per loro. Da novembre mi hanno bersagliato sei volte con le deiezioni. Ecco, l’ho detto. Professor Di Modugno: invoco almeno la sua comprensione.

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