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Martedì 23 Gennaio 2018 | 22:19

Il mio hobby? Inseguire il prof. Canfora gloria e polemista di Bari

canforadi ALBERTO SELVAGGI

Questa è una vicenda personale. Anzi, interiore. Tema: seguendo Canfora.

Tempo addietro vidi passare per strada Luciano Canfora, gloria di Bari, polemista e studioso, con i capelluzzi argentei che gli facevano flap-flap sul volto egizio. La mente mi si accese: Canfora, Canfora. Da allora l’ho cercato come il cinabro alchemico. Ed eccolo, ancora, comparire in centro l’altro giorno. Ed eccomi seguirlo per la sesta volta, magato dal richiamo della sua sapienza.

Fatto di pelle e magre ossa procede lungo via Roberto da Bari, maneggia un palmare e parla senza posa. Porta incasellati nella zucca un sistema mnemotecnico che farebbe invidia a Bruno e a Lullo e decenni di studi macinati con kantiana costrizione. Ficca il naso adunco nella vetrina di Barium che vende testi antichi, punta gli occhiali trotzkisti sulla Lettera agli intellettuali di Barbusse, ha una presenza accanto a sé, sono io. Lo esamino: giacca terrea di gusto, voto 9, gilet cobalto da 8+, pantalone tortora, cappotto bruno, collo di cigno moribondo, tale è Canfora dandy che si cimenta nel gioco dei blu e dei marroni.

Riparte. Un rude essere lo schiva mentre solca via Nicolai con passo nervosuccio: «Aòuh, ma cudd’ non iè ‘u professòur’ della telivisiòn’?» espettora al degno compare suo. Ma certamente, capra che altro non sei. Il doctor universalis ha ancora in testa tutti i capelluzzi suoi, all’ingresso dell’ateneo un negrone appollaiato su uno scooter gli butta uno sguardo inconsapevole, gli studenti fanno varco alla sua fama. Assumo un’espressione menscevica, il che non è cosa semplice, farnetico un resoconto dei suoi spostamenti da consegnare a un’immaginaria cellula eversiva rossa: «Il professor Canfora attraversa tre giorni su sei da via Murat via... imbocca alle 10,15 dall’angolo con via... È solo, scarso affollamento, riceve alle ore...». Ma adempiere al compito, compagni, è dura: per la miseria come fila: «L’ordinario di filologia greca e latina deve aver praticato agonismo in gioventù, prepararsi al running prima di passare all’azione».

Non mi va di mangiare la polvere di Canfora: nonostante la sciatica potrei essergli nipote. Traversiamo il chiostro, non lo mollo mentre lambisce la cappella universitaria, né sotto i porticati, né quando ci ingolfiamo vicino all’ascensore. Dall’atrio il suo non allegrissimo sguardo effluisce in via Crisanzio, entro in iperventilazione perché sfodera il piè veloce: sono con te, Canfora, che empi le aule magne ogni dove, con te che esterni di storia sui giornali e in tv: il Papiro di Artemidoro è un falso, dici bene, la Biblioteca di Alessandria andò distrutta nella guerra tra Aureliano e la regina di Palmira, Gianni Riotta che ti accusa di simpatie staliniste travisa, così i comunisti italiani (Pdci) sulla lettura dell’avvento di Baffone, così i marxisti-leninisti (Pmli) sulle tesi del «testamento» di Lenin. Ecco, ti incontri all’Antico Caffè Doc con Renata Roncali, caschetto di luna, eccellente studiosa, moglie tua. 

È una staffetta olimpica, non una passeggiata di veterani della vita: compagni, gli sono a due metri, sono lì per afferrare la materia compressa nel suo testolone, Piazza Cesare Battisti, Piazzetta dei Frati Cappuccini, dove si ingarbuglia la federazione regionale del Prc. Ma poi il Dio nel quale lui non crede mi manda un flagello dal balcone di un palazzo d’epoca, civico 46. Una granata fecale lanciata da una squadriglia di piccioni, spruàaaah, mi centra in pieno. Scarpette rosse, pantaloni, felpa, giaccone, mano destra, collo, cranio, tutto.

Non abbandono la missione, ma in via Beata Elia vengo sopraffatto dal disgusto. Batto in ritirata mentre i passanti mi guardano con orrore, sono io adesso il monstrum, il fenomeno. Faccio irruzione nel Nuovo Caffè Fortunato: «Acqua... Fazzoletti...» chiedo al barista che paralizza gli occhi. Ecco dove mi ha portato il tallonarti, professore. Bramavo la scienza e come nell’Eden sono stato punito.

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