Lunedì 23 Luglio 2018 | 02:16

Per San Valentino a Bari batte un cuore bivalve perché la cozza è amore

Cuore di cozzedi ALBERTO SELVAGGI 

Non dovete pensare che il barese sia intrinsecamente guzzale (cozzalo) perché sbrodolando trangugia un quantitativo abnorme di bivalve d’acqua salsa e vibrioni. Né perché divaricando le gambe taralliformi risucchia orribilmente nella cavità dei taratuffi o dentella vibranti cirri di polpo inanellati. Poiché domani è San Valentino, e anche la cozza è amore. 

Un’ingegnera, moglie di un medico illustre, all’approssimarsi della festa dedicata a coloro che si degradano nel volersi bene a un rango inferiore, che si contaminano nella congiunzione dei corpi, mi confida screzi nel suo rapporto di coppia. Ma prima che io scodelli una valida cura, espone, anzi mostra, la soluzione: «Sai, lui è dipendente dai frutti di mare». 
«Difatti – annuisco -, è anche un dietologo noto: esempio ottimo». 
«Beh, comunque, per San Valentino gli sto preparando un piatto gigantesco di cozze disposte a mo’ di cuore. Che ne pensi?». 
«Penso che questo è genio puro, per chi sa riconoscerlo». 

Donna, fa’ come costei, testimone ancillare dell’amore. E tu, maschio bruto, eterna la tua affezione nella carnalità dell’ostrica, nella polpa corallina del riccio acuto, nel canolicchio linguale, nella bianchezza orante della noce, nella tenerezza del cefalopode. 

Domani è San Valentino, quindi anche stanotte: fate che l’amore s’insedi come i virus enterici dei molluschi. Confidate nell’unica cosa che rende il baresoide unico fra gli uomini: la dipendenza dal crudo di mare che i neurochimici equiparano a quella degli eroinomani. 

Il barese è geneticamente modificato da tal consuetudine fin dal giorno in cui dalla mongolfiera materna viene proiettato nel mondo: ingurgitando come Plasmon leccornie filtranti dai due ai quattro litri d’acqua sozza all’ora, viene iniziato alla pratica devozionale delle epatiti A e B, norovirus, rotavirus e compagni loro. 

È un ascetismo gnostico che ha fatto anche dei morti: sei stecchiti da cozze, ad esempio, nel ’71. Ma che rende il barese, traverso gastriche prove, impermeabile a qualunque escherichia coli. Divenuto immortale, il divoratore di crudo paga tuttavia lo scotto. Vaga pel mondo con la bocca effondente acqua stagnante, quando non bianca fogna, Cloaca Maxima nei casi di abuso. I suoi occhi sprizzano febbre di posseduto che intimorisce gli stolidi nordici, perché la dipendenza da mitili, crostacei, ha orientato la struttura stessa del suo corredo cromosomico. Ha la scimmia, come si dice pei tossici, e per questo le pescherie migliori adottano l’orario continuato 8,00-22,00, sì da fornire agli astinenti in crisi frutti di scoglio. 

Antropologicamente racchiuso tra due valve di cozza, lo spirito dell’homo-mytilus s’ammansa nell’afrore del muscio, si rinsensa nel succo della pelosa, ambrosia e nettare del suo mythos. E ritrova nella piattaforma sociale del crudo una trasversalità campanelliana germinata dall’onda: la signora bene saggia in volata a Carrassi la noce reale da Ciccill’u gnòre, l’operaio s’imbocca di espurgata schiuma a San Giorgio, il bimbetto s’incaponisce coi coccioli a Santo Spirito come nel vecchio porto, il vero cultore prenota dalle cooperative cozze di fondo e polpi da arricciare manu propria. 

E la voracità viscerale, primigenia, sapida, erotica, fa del Tutto l’Uno, dato che l’anima del mondo è Amore incarnato nelle conchiglie lisce o pelose. Per questo, o femmina, a San Valentino prepara un gran cuore cozzalo per il maritonzolo, compagno, zito, sia o meno cornuto. E tu maschio ricambia della stessa dedizione, anche se insidi le terga della segretaria o brami le protuberanze mutanti dei trans di nuova generazione. Perché sei un barese puro e puoi ben dire, solo nel mondo, che la cozza è amore.

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