Lunedì 23 Luglio 2018 | 19:42

L’insostenibile leggerezza di Sir Tonino da Old Town

Trdi ALBERTO SELVAGGI 

«V aff... passa, passa!» «Uè’ tr’mò.. tr’m... fallo, fallo, arbitro, cchedda’b...!» «Mam’t, tr’m... tr’m... b’cchin». Egli crebbe in questo paesaggio sonoro, tra contrappunti di sputi, crepitar di glutei, rubeste eruttazioni scagliate come pugni da calciatori di strada senza nome. Coltivò la mente sui gradini della Cattedrale, mentre i primi ammiratori gli facevano corona. E, sempre menando stampate al pallone, ha imbevuto noi tutti della sua presenza di topinesco campione, portando il gonfalone del marchio d.o.p. di Bari nell’orbe. Estatico quale un angelo di Burne-Jones, riflettente grazia come un vetro art nouveau, gentile, benevolo è tornato al suon di «vecchio di m...», «vaff...» «bec...» ricambiando quanto il presidente della Sampdoria Riccardo Garrone aveva fatto per lui. Il meglio del «pibe» è stato ripresentato al mondo: ché non si dica che abbiamo soltanto Luciano Canfora come gran nome. In fondo, Antonio Cassano, 28 anni, due brillantoni schiaffati nei lobi, vari tatuaggi da scaricatore, varie macchinazze, 600 femmine castigate, a sentir lui, tanti «soldini» che invoca sfregando indice e pollice, guadagna soltanto 2.800.000 euro a stagione dalla Samp che è intenzionata a sbatterlo fuori. E cosa vuoi che sia una cifra del genere in un’Italia che deifica e copre d’oro qualunque ominide meni capocciate al pallone? Cosa vuoi che sia in un vergognoso, antiestetico business di campi lustri, procuratori legali, bookmaker, manager algidi come funzionari di Borsa, coppie cozzal-chic quali Illary-Totti, nullità fameliche che si mutano in mogli, sponsor, corrotti e corruttori? 

Ovunque ti volti Cassano ti guarda il cuore. Anche nella Bari antica che gli dà del Fini della situazione. Bevi un caffè al bar e ti buschi dietro alla cassa la maglia 99 di Antonio. Mangi tubettini con cozze e scorgi un’altra reliquia intrisa del suo sudore accanto alla foto della sua dentatura col ristoratore. Vai a casa, ma il suo cranio crestato appare sullo schermo del televisore, parla con lingua intruppata da un polpettone che argina il tumultuante vernacolo tronco snocciolando scampoli di italianoide del Nord. Accendi il computer e una cascata di siti in suo nome ti si riversa negli occhi: «Antonio, sei un dioooo!» urla in un intro un posseduto. E se passaggi davanti all’edicola vedi esposta su un giornale sportivo la faccetta del tomo che piange, e ridi per giorni, da solo, figurandoti quell’espres - sione: per questo sei grande, ToninCassén’, tu che porti il volto di Bari nel mondo.

«Mavaff... a chedd’ b... d’ mamt’... vaff...moc.!». Sì, lasciatemelo dire: voglio farmi anch ’io testimonial. È facile, in fondo: «Aòuuh! ‘Ngheèa, poppèa! C’rnùt, arbitro, sì, a te, t’aspett’c daffòur: tr’m o. . . tr’mo...», intercalare ossessivo di chi è aduso a impennare su scooter ultrasonici. Il fantasista ha dietro tutta ‘na storia, materia prima per sociopsicologici: il babbo, la mamma, i fratellastri, i mister- genitori. Qualche firma lo infanga senza considerare tali questioni: «Finto ribelle, spaccia la maleducazione del viziato per la sregolatezza del genio. Cattivo esempio di bullismo, di minacce agli avversari, di dita nel naso», scrive Francesco Merlo su Re pubblica. La solita invettiva del giornalista del Nord contro una perla del Meridione... No, scusate, mi comunicano adesso che questo Merlo è siciliano di brutto. E pure illuminato, dato che sparla sempre del Berlusconi. Mi vedo anzi costretto a riportare il biasimo del biscegliese Marcello Veneziani, risparmiandovi i colpi di maglio di altri illustri: «Al suo cospetto perfino Totti sembra Heidegger. Mi sono vergognato di essere suo conterraneo e contemporaneo. Mi pare aberrante l’uso pubblico che si fa della sua immagine e del suo pensiero, il cui danno civile vale cento dichiarazioni di Morgan». «Uè’ ch ’gghioun! Tr’mo tr’mo tr’mo!»: altro che Dell’Ar - ca, Piccinni, Laterza e Perotti: viva Tonino Cassano che mena stampate al pallone, nuovo ambasciatore di Bari nel mondo.

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