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Giovedì 21 Settembre 2017 | 21:41

Sulla Murgia inutilizzate opere pubbliche per 67 miliardi

Nei '90 venne realizzato un «quartiere idrico». Tocca quattro Comuni (Gravina in Puglia, Poggiorsini, Spinazzola e Altamura) ed è dotato di 4 laghetti; altrettanti pozzi profondi circa 630 metri; quasi 40 chilometri di canali; la rete irrigua e anche un parco eolico. Non è mai entrato in funzione
Sulla Murgia inutilizzate opere pubbliche per 67 miliardi
BARI - In Puglia, nel cuore del Parco Nazionale dell'Alta Murgia, tra falchi e torrenti, ci sono tre «giganti elettrici» e un «quartiere idrico». I primi, coi loro venti e passa metri, sono evidentissimi. Il secondo quasi non si vede, anche se è così grande da toccare i territori di quattro Comuni: Gravina in Puglia, Poggiorsini, Spinazzola e, seppure di pochissimo, Altamura.
«Giganti» e «quartiere» giacciono inutilizzati da una quindicina d'anni. Sono soldi pubblici a lenta marcescenza.
Per avere tre pale eoliche che non hanno dato un solo kilowatt d'energia elettrica, e laghi, pompe, pozzi e canali che non hanno distribuito una stilla d'acqua, nel 1990 gli italiani hanno speso 67 miliardi di lire. A questa cifra (colossale per l'epoca), vanno poi sommate le spese legali di una ridda di cause civili che vedono contrapposti «pezzi» di Stato. Controversie che, indipendentemente da chi vinca in giudizio, sono anch'esse a totale carico dei cittadini.
C'ERA UNA VOLTA...
Tutto inizia alla fine degli anni '80. Allora - e capita pure oggi - dopo un fortunale, dalla Murgia piovevano fango e detriti. Gli allagamenti erano così frequenti d'aver influenzato i nomi dei luoghi: torrente «Capodacqua», palude «Pantano», località «Maricello», ovvero «piccolo mare», e via dicendo. Per contro, in estate i torrenti diventavano rigagnoli e i rigagnoli si seccavano.
Agricoltura e allevamento erano perennemente in ginocchio.
Fu per aiutare quell'area martoriata che la Regione Puglia e il Ministero per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, diedero l'assenso ad un progetto di bonifica denominato «Sistemazione idraulica del bacino di Capodacqua con utilizzazione irrigua delle acque alte». Se ne occupò il Consorzio Apulo-Lucano di Bari. Ci fu una Convenzione con l'Agensud e, nel 1990, il Cipe stanziò i 67 miliardi.
I quattrini dovevano servire: a creare sei laghetti che, grazie ad una opportuna canalizzazione, avrebbero accolto quell'acqua disgraziata che prima precipitava a valle; a perforare i pozzi che, nella stagione secca, avrebbero alimentato i laghetti; a realizzare una rete irrigua per distribuire alla comunità. Infine, per alimentare elettricamente le pompe dei pozzi e le chiuse, il progetto prevedeva anche la realizzazione di un parco eolico.
Si aggiudicò i lavori l'Associazione temporanea d'imprese (Ati) composta dalla ditta Dibattista Antonio Costruzioni s.r.l., con sede in Gravina in Puglia, e dalla Intercantieri di Padova.
BELLA ADDORMENTATA
I lavori partirono di gran carriera e infatti, stando a quanto affermano al consorzio Terre d'Apulia (erede dell'ormai «defunto» consorzio di bonifica Apulo-Lucano): «Sono stati in buona parte ultimati. Ad oggi, le opere realizzate consistono in: un parco eolico, con tanto di cabina elettrica e collegamenti per "riversare" l'energia prodotta nei circuiti dell'Enel; 4 laghetti; altrettanti pozzi profondi circa 630 metri, ciascuno col relativo impianto di sollevamento delle acque; quasi 40 chilometri di canali; la rete irrigua (che serve a distribuire la risorsa agli utenti) è stata completata al 90% eppoi ci varie strutture e strade, ponti sui canali e anche un ponte per la ferrovia».
Nulla di tutto ciò è mai entrato in funzione. Pare non sia stato effettuato neppure il collaudo. Le opere hanno fatto la fine che avrebbe fatto una bella fanciulla addormentata in un bosco: boccone da orchi. Come spiegano al consorzio, «in tutti questi anni, i canali si sono interriti; ci sono stati furti di rame e alcune apparecchiature sono state vandalizzate».
LA STREGA CATTIVA
Per il Terre d'Apulia, la «strega cattiva» di questa storiaccia di sprechi, è il contenzioso legale. Attorniato dai suoi collaboratori, Giuseppe Cavallo, commissario straordinario del consorzio, spiega: «Nel 1991 - nemmeno un anno dopo che erano stati stanziati i 67 miliardi - il Comune di Gravina bloccò la costruzione della parte terminale del canale Capodacqua perché ricadeva in un'area di interesse archeologico. Da allora, il Comune non ha mai cambiato idea, malgrado la Soprintendenza abbia dato parere favorevole».
«Poi - continua la dirigenza del Consorzio di bonifica - nel '94 la magistratura sequestrò i lavori di un altro pezzo del canale per presunte violazioni delle leggi per la tutela del paesaggio. Dopo tre anni, il pretore di Gravina (sentenza n°124/97; ndr) stabilì che non c'era alcuna violazione e dispose il dissequestro. In compenso, un laghetto non è stato possibile costruirlo perché hanno trovato reperti dell'Era del bronzo e la Soprintendenza l'ha bloccato».
Nel '94 arriva la «mazzata» più grossa. «Il Ministero dell'Ambiente - dice Cavallo - scrisse una nota ai Comuni interessati e questi sospesero le concessioni edilizie sostenendo che era necessario effettuare le Valutazioni di impatto ambientale (V.i.a.) delle opere. Ovviamente abbiamo fatto ricorso e, nel 1999, il Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche ci ha dato ragione, non c'era bisogno del V.i.a.».
Coi cantieri fermi le imprese entrarono in crisi «e - dice il commissario straordinario - si rivalsero sul nostro consorzio attraverso pignoramenti. Però il danno non l'avevamo causato noi e quindi abbiamo fatto causa al Ministero dell'Ambiente».
Il Tribunale di Roma (con sentenza 15006/2006), ha dato ragione al Terre d'Apulia. «Ora però il Ministero è ricorso in appello. Si potrebbe arrivare in Cassazione e - afferma Giuseppe Cavallo allargando le braccia - chissà quando finirà».
Marisa Ingrosso

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