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Venerdì 22 Settembre 2017 | 06:39

Crisi d'acqua in Puglia: «ci risiamo»

È la constatazione di Giovanni Forte della segreteria della Cgil Puglia, invece di «battaglie dal fiato corto per qualche collegamento aereo in più da Brindisi invece che da Bari, si è perso di vista la priorità del Salento: l'acqua»
BARI - «Ancora una volta la Puglia si ritrova ad inseguire emergenze, mostrando una cronica incapacità a prevenirle. C'era pure da aspettarselo che prima o poi sarebbe scoppiata l'ennesima crisi idrica». È la constatazione di Giovanni Forte della segreteria della Cgil Puglia sottolineando chi ha avanzato «battaglie dal fiato corto, convinti che le ragioni dello sviluppo passassero attraverso qualche collegamento aereo in più da Brindisi invece che da Bari, perdendo di vista la priorità più antica del Salento: l'acqua». « E così, mentre i cittadini di Taranto, Brindisi e Lecce rimangono a secco, si cerca di far ricorso ai soliti rimedi, alcuni anche scontati, come la riapertura dei pozzi - fa notare ancora Forte - ma non è detto che basti. Occorrono soluzioni, che pur nella straordinarietà, possano diventare strutturali. Non è da oggi che quei 500 litri al secondo utilizzati dall'ILVA di Taranto sono ritenuti un insostenibile spreco. Eppure, quell'acqua può essere sostituita con i reflui degli impianti di depurazione, liberando la risorsa almeno per fini irrigui. Già, perché se di emergenza si tratta, non è detto che riguardi solo l'uso civile» ricordando l'emergenza nelle campagne.

Secondo il segretario Cgil «c'è da prendere atto con favore degli impegni contenuti nella bozza del nuovo piano industriale 2007-2010 dell'Acquedotto Pugliese. Due sono le direttrici individuate: l'intervento sulla riduzione delle perdite e l'aumento della disponibilità idrica. Si tratta di un investimento di 320 milioni di euro, di cui 220 per il recupero delle perdite sulla rete di 150 comuni pugliesi e 100 per la costruzione dell'impianto di potabilizzazione di Conza in Campania e del dissalatore del Chiaro».
«Il tutto - ricorda ancora Forte - dovrebbe risolversi in una maggiore disponibilità di oltre il 10 % di acqua. Il condizionale è d'obbligo, perché non è detto che si riesca a superare le resistenze delle forze ambientaliste rispetto al dissalatore, ma anche alla costruzione dei dissalatori di Bari e Brindisi. Occorre perciò traguardare a soluzioni alternative, che rispondano non solo alle esigenze del civile, ma anche dell'irriguo, negli ultimi anni eccessivamente sacrificate». «E' stato così da quando l'acqua del Sinni, che avrebbe dovuto irrigare il Salento - precisa ancora il dirigente sindacale - fu dirottata sull'impianto di potabilizzazione di Parco del Marchese, proprio per soddisfare le accresciute esigenze delle popolazione del centro della Puglia».

«Così - sottolinea ancora Forte - l'invaso di Pappadai continua a rimanere a secco e con esso la condotta già realizzata da oltre vent'anni e mai entrata in esercizio. Da più parti si ritiene che in futuro la Puglia dovrà smetterla di fare affidamento sui bacini lucani e campani. Un obiettivo condivisibile se non fosse che non potrà contare a lungo neanche su uno spropositato emungimento di acqua di falda, con conseguenti rischi di salinizzazione e di dissesto idro-geolotico. Allora - conclude il segretario Cgil Puglia - se non vogliamo che l'acqua nel Salento diventi un sogno inappagato, l'unica soluzione è la costruzione di una seconda canna per la condotta del Sinni. Un'opera che sicuramente richiederebbe interventi finalizzati al convogliamento negli invasi di nuova risorsa e comunque da definire con la Basilicata, ma anche l'impegno di ingenti risorse finanziarie. Se solo si smettesse di pensare alla nuova programmazione dei fondi strutturali 2007-2013, come l'occasione per costruire infrastrutture a volte inutili, cominciando a privilegiare opere strategiche e di respiro sovraregionale, forse anche i soldi finirebbero per non costituire un problema».

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