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Martedì 26 Settembre 2017 | 18:33

Non decolla il protocollo sull'acquedotto

A distanza di un mese dalla prima inchiesta, la «Gazzetta» torna a verificare cosa è stato fatto per la condotta «dimenticata» che collega 2 dighe tra Puglia e Basilicata
CONDOTTE DIGHE RENDINA LOCONE (400) È passato più di un mese da quando la «Gazzetta» ha portato alla luce l'incredibile vicenda della condotta idrica che collega la diga del Rendina (in Basilicata), alla diga del Locone (in Puglia). Sono anni che la struttura giace inutilizzata e manca un protocollo d'intesa permanente che ne statuisca l'impiego, evitando che il prezioso liquido, attraverso l'Ofanto, vada a perdersi nel mare Adriatico.
L'opera - realizzata nel 1989 e pagata coi soldi dei contribuenti, nell'ambito di un progetto da 66 miliardi di lire - è importante perché minimizza il rischio sia delle comunità pugliesi, sia di quelle lucane, di restare a secco. I due bacini sono in comunicazione e, con questa infrastruttura, si può spostare l'acqua da dove c'è abbondanza, a dove c'è penuria. Cioè si può spostare dalla siccitosa Puglia, alla idricamente pingue Basilicata, o viceversa: e se al lettore sembra illogico questo «viceversa», la speranza è che ami le sorprese, giacché in questa pagina ne troverà.
Quanto all'accordo per la gestione, esso è importante perché la condotta non ha un unico «padrone» e ogni decisione dev'essere condivisa da più enti. L'infrastruttura, infatti, attraversa due regioni distinte (che operano in tema di risorse idriche attraverso le rispettive Autorità di Bacino), ed è anche di pertinenza di due consorzi di bonifica diversi, il Terre d'Apulia e il Vulture Alto Bradano.
È vero, quest'anno la stagione delle piogge è stata generosa e oggi gli invasi sono pieni. Logica vorrebbe che si mettessero a posto le carte ora. Perché ora non ci sono frotte di industriali disperati, agricoltori in ginocchio e razionamenti in città, ed i tempi istituzionali della costituzione d'un tavolo tecnico-politico che stabilisca «come» usare la Rendina-Locone non verrebbero patiti dalla comunità.
I pugliesi ricordano bene la crisi idrica del 2002 e quell'incubo secco non lo vogliono rivivere, nemmeno per un'ora. Perciò pretendono che l'intero Sistema dell'Ofanto, di cui fa parte anche la condotta, funzioni nel migliore dei modi. Alla luce di tutto ciò, siamo tornati ad occuparci di questa faccenda. Dovevamo verificare se, in questo mese, fosse stato ottenuto qualche concreto risultato. La verifica è stata fatta. Come leggerete, non ci sono buone notizie.


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BARI - Malgrado i buoni propositi, non c' è traccia d'un protocollo d'intesa permanente che statuisca «come» usare la condotta che unisce la diga lucana del Rendina e quella del Locone (nel Barese). In conseguenza di ciò, i due consorzi che gestiscono dighe e condotta (rispettivamente, il Vulture Alto Bradano e il Terre d'Apulia), ogni volta che vogliono far scorrere una goccia d'acqua nei tubi, devono prima contrattare tempi, modi, prezzo dell'acqua spostata, diritti e doveri. È come se ogni volta che vi mettete in auto, doveste contrattare le regole del codice della strada. Mentre la benzina - l'acqua - scorre via.
La questione ha attratto l'attenzione della Corte dei Conti, che ha voluto spiegazioni dal Consorzio Terre d'Apulia. «Ci hanno chiesto se, a causa della mancanza del protocollo per la gestione della condotta Rendina-Locone, ci fossero danni erariali. Ma noi gli abbiamo scritto e spiegato». Il dott. Giuseppe Maria Cavallo, accompagnato dall'ing. Giuseppe Corti, è nella sala-interviste della «Gazzetta». Sul sito della Regione Puglia è scritto che la sua nomina a «Commissario regionale incaricato dell'amministrazione del Consorzio di bonifica Terre d'Apulia», risale al 5 agosto del 2005.
Porge cinque fogli fotocopiati, la sua risposta alla Corte dei Conti e due allegati, due schemi. Il primo di essi dimostra che l'infrastruttura - pagata con soldi pubblici - dal 1989 a oggi, ha portato acqua alla Puglia per 76 giorni, in tutto. L'ultima volta è accaduto tredici anni fa. Proprio nel 1994, il Consorzio di Bonifica Apulo-Lucano - che fino ad allora aveva amministrato da solo dighe e ciclopico collegamento - venne sciolto e diviso nel Terre d'Apulia e nel Vulture Alto Bradano.
IL PREZZO DELLA SETE
Il secondo schema è davvero sorprendente: dimostra che, proprio attraverso quella stessa condotta che ai pugliesi non ha portato praticamente nulla, la sitibonda Puglia ha dato da bere alla Basilicata. Incredibile ma vero, l'acqua del Locone è stata pompata al Rendina (che, per intenderci, è dalle parti di Venosa), per 14 anni, quasi continuativamente. Il «rubinetto» barese infatti restò chiuso nel 2002. Fu l'anno della grande siccità in Puglia. Anno di raccolti persi, produzioni industriali in crisi e cittadini furibondi. Gli unici che fecero affari furono quelli che scavavano i pozzi e quelli che vendevano acqua a «nero», quelli della «mafia dell'acqua».
Chi allora patì, forse si potrà chiedere perché nel 2002 non venne usata la condotta Rendina-Locone per portare l'acqua verso Bari. Sarebbe stata una santa cosa, anche perché i nove decimi di ciò che finisce nel Locone diventa acqua potabile e va all'Aqp. Inoltre, il Rendina è un invaso speciale, è di tipo alluvionale. Ci può essere siccità e l'Ofanto può anche essere ai minimi, ma bastano due giorni di pioggia e il Rendina si riempie.
CONDOTTE DIGHE RENDINA LOCONE (400) «È vero - dice l'ing. Corti - tanto che nel 2002, mentre nell'invaso del Locone stavamo sotto la "capacità morte" (cioè quella sotto la quale c'è solo fanghiglia, ndr), ci fu un sopralluogo con l'Aqp per il Rendina. Il problema è che costa portare l'acqua del Rendina al Locone. Perché il Rendina parte da quota 180 metri sul livello del mare e per far arrivare l'acqua al Locone bisogna sollevarla a quota 194. Quindi c'era la possibilità, ma costava». In pratica, secondo l'ingegnere perché funzioni la teoria dei vasi comunicanti, si deve creare un dislivello di 14 metri.
Questo però è in perfetta contraddizione con quanto sostenuto - e fedelmente riportato, un mese fa, dalla «Gazzetta» - dall'ingegnere responsabile della diga del Locone, Giovanni Marinelli. Secondo lui il bacino lucano è così più alto sul livello del mare che, per la teoria dei vasi comunicanti, «grazie alla naturale pendenza, l'acqua arriverebbe al Locone senza neanche bisogno di attivare le pompe», ovvero a costo zero. Quando si fa notare l'incongruenza, Cavallo e Corti spiegano che Marinelli «sta al Locone solo da 4 o 5 mesi» e che «prima si occupava di altro».
Soltanto molte ore dopo l'intervista e dopo un paio di notti trascorse a cercare tra i documenti relativi alla siccità del 2002, è spuntato l'«allegato A» ad una relazione redatta dagli ingegneri Lucio Lorè e Gerardo Amedeo Claps. Lorè, che è in pensione ed è stato direttore del Consorzio Apulo-Lucano, mette nero su bianco che la diga lucana (l'adduttore della diga) è a 176,72 metri sul livello del mare e che, prendendo alcuni accorgimenti, l'acqua può fluire al Locone e lo può riempire «fino a quote intorno a 172,80» metri sul livello del mare, «cui corrisponde una capacità totale dell'invaso del Locone di circa 50 milioni di metri cubi». Il dislivello minimo, quindi, sarebbe di 4 metri. Raggiunto telefonicamente, Lorè conferma: «Se il Rendina fosse pieno e in efficienza, l'acqua arriverebbe in Puglia senza bisogno di pompe di sollevamento», ovvero, a costo zero.
Come che sia, la questione è terribilmente seria e non può essere questa la sede per accertare come venne usata o, meglio, come non venne usata la condotta in occasione della crisi idrica.
L'INCUBO
Certo sarebbe bello poter fornire ai lettori il conforto d'un documento «terzo», qualcosa che rechi in calce i timbri di più Regioni o dello Stato centrale e che dica come funziona quell'opera, al di là d'ogni dubbio. Purtroppo, non è possibile. I sistemi idrici pugliesi sono complicatissimi ma - come conferma l'ing. Corti - non esiste un «manuale della macchina». Qualcosa che gli si avvicina si chiama «Progetto speciale 14» e venne fatto decenni fa dalla Cassa del Mezzogiorno. È un manuale serio, ma è troppo datato. Inoltre, come sottolinea Corti: «In Puglia ci sono solo 4 o 5 ingegneri che sanno come funziona il Sistema Ofanto». Sono loro che hanno il «manuale», in testa. Non essendoci nulla di codificato, chiunque altro impiegherebbe mesi per capire dove mettere le mani.
Infine, la «macchina dell'acqua» funziona come un unico organismo, ma i pezzetti della «macchina» sono di tanti «padroni» diversi. Ed è dannatamente complicato, perché ogni volta che la mia acqua passa nella tua condotta, io ti devo pagare il pedaggio. S'immagini che del Sistema dell'Ofanto fa parte anche la Campania, con la sua diga di Conza. Poi, come ben dice Cavallo: «In queste cose comanda chi ha il "rubinetto" e il "rubinetto" dell'intero sistema è in Basilicata. Si chiama Traversa di Santa Venere ed è da lì che passa l'acqua che serve tutte le dighe. È del consorzio Vulture e, se dovesse entrare in crisi il sistema, non c'è un protocollo d'intesa che statuisca la gestione. E sì, forse ci vorrebbe».
Infatti c'è una autorizzazione degli anni '60, del ministero dei Lavori Pubblici, in virtù della quale nessuno può impedire agli enti interessati di accedere alla risorsa che spilla dalla Traversa. «Però - afferma Cavallo - non è scritto "quanta" acqua spetta a ogni Ente».
Se non ci sono accordi scritti, cui fare riferimento per utilizzare le strutture interconnesse, come può funzionare la grande «macchina» dell'acqua? In merito è illuminante l'ing. Corti quando dice che non è necessario un protocollo permanente per gestire la condotta Rendina-Locone perché «noi questa condotta stabiliamo come usarla in una telefonata. Il tempo che ci convochiamo e ci riuniamo, ci vorrà una settimana. L'accordo sul prezzo è una cosa che riguarda due enti e noi ci vediamo e lo risolviamo. Siamo tutti una famiglia, siamo gli enti utilizzatori, non possiamo litigare».
Illuminante è anche quanto il commissario Cavallo che così risponde, per iscritto, alla Corte dei Conti: «In merito alla mancanza di accordo bilaterale sottoscritto dai consorzi interessati alla gestione comune della condotta si osservi che (…) i consorzi Terre d'Apulia, in territorio pugliese, e Vulture Alto Bradano, in Basilicata, hanno operato in perfetta sintonia senza atti formali».
Ed eccolo l'«incubo»: è possibile che, in Puglia, il destino di milioni di persone dipenda dalla buona salute di 4 o 5 ingegneri e dalla «sintonia» dei loro rapporti? Cosa accade se bisticciano? Ed è accettabile che la gestione della risorsa acqua non sia regolata - fin nel dettaglio - in atti formali che inchiodino diritti e doveri dei gestori, ma venga affidata a telefonate e riunioni? Cosa succede se, nelle pesti, i collegamenti telefonici non funzionano? Un incubo, incredibile.
Marisa Ingrosso

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