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Lunedì 25 Settembre 2017 | 18:48

L'agricoltura di Puglia faccia i conti con il clima che cambia

«Stiamo attenti a non banalizzare un problema serissimo e che ha pesanti ricadute economiche» ha sottolineato a Lecce il presidente della Confederazione Italiana Agricoltori (CIA), Giuseppe Politi
LECCE - «L'agricoltura deve fare i conti con i cambiamenti climatici che ormai sono sotto gli occhi di tutti e dobbiamo quindi adattare le nostre produzioni». Il presidente della Confederazione Italiana Agricoltori (CIA), Giuseppe Politi - a Lecce per la conferenza economica dell'organizzazione - non elude il tema dei cambiamenti climatici del pianeta riconoscendo che anche il settore primario deve fare i conti con una vera e propria variabile impazzita. Olivi, pomodori, grano duro, agrumi che crescono e si coltivano anche al di là delle Alpi. Intanto a Sud d'Europa aumentano i territori semi-aridi e la desertificazione e nei paesi del Bacino del Mediterraneo le produzioni rischiano di ridursi del 15-20%. È lo scenario apocalittico che può verificarsi a causa della maggiore concentrazione di Co2 e dell'aumento della siccità nei prossimi 30-40 anni. «Non possiamo pensare che semplicisticamente si parli di opportunità e magari che in regioni del Nord si possano produrre pomodori, grano duro e olive, che peraltro già si producono - fa notare Politi - allora al Sud che dovrà produrre datteri e banane? Stiamo attenti a non banalizzare un problema serissimo e che ha pesanti ricadute economiche a cominciare dall'utilizzo della risorsa acqua - fa notare ancora il presidente della CIa - non vorrei che la pioggia di questi giorni faccia passare in second'ordine l'emergenza idrica e magari poi ci troveremo con la siccità in estate», nel 2003 gli effetti della siccità provocarono nell'Ue danni per oltre11 miliardi di euro. Del resto - è stato sottolineato nel corso della conferenza economica della CIA - si prevede che da oggi al 2100 la temperatura in Europa aumenterà anche di 6 gradi. Le proiezioni relative all'andamento delle precipitazioni mostrano un aumento dell'1-2 % per decennio, nell'Europa settentrionale ed una riduzione dell'1% nell'Europa meridionale (in estate il calo potrebbe raggiungere il 5%).

Una diminuzione che produrrà conseguenze estremamente negative, come una maggiore frequenza di eventi siccitosi con un impatto considerevole sull'agricoltura e le risorse idriche. Tra il 2050 il 2100 -come rileva anche uno studio dell'Unione europea- molte colture, tipiche delle zone temperate, potrebbero «emigrare» al Nord, per esempio, vi potrebbero essere incrementi di resa tra il 9 e il 35% per il frumento entro il 2050, con un aumento di resa per ettaro nell'Europa di circa 1-3 tonnellate per ettaro, addirittura le regioni scandinave potrebbero beneficiare di un clima più mite con rese con un incremento di 3-4 tonnellate per ettaro. Viceversa sarebbero devastanti le conseguenze per l'Italia con un 35%del territorio «vulnerabile» alla desertificazione, con punte molto elevate in Sicilia, Sardegna e Puglia. . «Oramai è un dato di fatto - insiste ancora Politi - ci deve essere un uso più razionale dell'acqua, senza una sorta di competizione tra usi irrigui e usi potabili, c'è la necessità in Italia di un'authority specifica, non possiamo lasciarne la gestione ad una miriade di enti ferma restando l'autonomia territoriale. Se l'inquinamento climatico è determinato, come la scienza conferma, dall'inquinamento - aggiunge ancora Politi - l'agricoltura può dare il suo contributo per una soluzione del problema. Penso alle bionergie, e senza volerne enfatizzare gli effetti, per l'Italia ,che può vantare circa un milione di ettari a seminativi, si può prevedere un parziale utilizzo a fini energetici- conclude Politi - ci deve essere però la volontà politica, la convenienza economica e l'impegno delle aziende».

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