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Venerdì 22 Settembre 2017 | 20:51

Il capo del Pentagono: «I miei genitori di Noci mi insegnarono che l'omosessualità è immorale»

Bufera negli Stati Uniti nei confronti del generale Peter Pace, capo delle forze armate, per un'intervista sui gay concessa al "Chicago Tribune"
Stati Uniti - Il generale Peter Pace con il presidente Bush WASHINGTON - Ha espresso un giudizio personale, spiegando che è ciò che gli è stato insegnato crescendo in una famiglia di immigrati italiani a Brooklyn. Ma l'aver bollato come «immorale» l'omosessualità, rifiutandosi di accettarla tra i suoi soldati, è costato un sacco di guai al generale dei Marines Peter Pace, il militare più alto in grado in America.
«A mio avviso gli atti omosessuali tra due individui sono immorali e ritengo non dobbiamo condonare atti immorali», ha detto il capo degli Stati Maggiori, in un'intervista con i giornalisti del "Chicago Tribune". «Non credo che gli Stati Uniti sarebbero serviti al meglio - ha incalzato Pace - da regolamenti che definiscano giusto l'essere immorale, in ogni aspetto». Citando «il modo in cui sono stato cresciuto», il generale italoamericano (i genitori arrivarono in America da Noci, nel Barese), ha paragonato i comportamenti omosessuali nelle forze armate ai casi di adulterio tra i militari, spiegando che nell'uno e nell'altro caso si tratta di azioni che vanno perseguite.
Nell'intervista, Pace ha affrontato una quantità di temi, alcuni drammatici come l'impatto che il conflitto in Iraq sta avendo sulle famiglie dei soldati, lo scandalo dei mutilati di guerra trascurati negli ospedali militari o i pericoli che la possibile offensiva dei taleban può creare in Afghanistan. Ma i giornalisti di Chicago hanno subito fiutato il "caso" nell'accenno alla moralità di gay e lesbiche in divisa e le parole del generale in breve tempo si sono trasformate in una bomba a mano senza sicura nelle mani di Pace.
«I commenti del generale sono scandalosi, privi di sensibilità e irrispettosi», ha tuonato il gruppo Servicemembers Legal Defense Network, che sostiene di rappresentare «65.000 militari gay e lesbiche che servono nelle nostre forze armate». I network televisivi hanno rilanciato per tutta la giornata le parole del capo degli Stati Maggiori e i corrispondenti dal Pentagono hanno ripetuto di ora in ora che il generale «non ha in programma di scusarsi». La lobby per i diritti dei gay non ha però mollato la presa, chiamando in causa il Congresso e invitando i candidati alla Casa Bianca nel 2008 a pronunciarsi. Tra i primi politici a reagire è stato il deputato democratico Martin Meehan, che ha appena presentato un disegno di legge «contro la politica di discriminazione» e per legalizzare i gay in mimetica.
Il tam tam si è esteso online, dove per esempio il sito della rivista "Army Times" ha messo in piedi un forum per i soldati per commentare la vicenda: dalle prese di posizione emerge che l'omosessualità è tutt'altro che rara nei plotoni militari e che i giudizi di Pace trovano molti consensi.
A far scalpore è stato l'insolito approccio "morale" al problema scelto dal generale. Il trattamento di gay e lesbiche in divisa è un tema discusso spesso negli Usa, ma di solito affrontato sotto il profilo della coesione delle unità di combattimento e del turbamento che la presenza di omosessuali può provocare in una caserma. La materia è regolata da una legge, nota come "Don't Ask, Don't Tell" (non chiedere, non dire), che permette a gay e lesbiche di svolgere il servizio militare solo se mantengono privato l'orientamento sessuale. Ai comandanti è fatto divieto di fare domande in questo senso, ma se qualcuno viene riconosciuto come omosessuale deve appendere la divisa al chiodo.
La legge, difesa da Pace, fu firmata nel 1993 dal presidente Bill Clinton. Oggi è al centro di attacchi da parte del suo stesso partito e tra coloro che la vogliono sostituire con il riconoscimento aperto ai gay del diritto ad essere soldati, c'è la candidata presidenziale Hillary Clinton.
Marco Bardazzi

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