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Martedì 19 Settembre 2017 | 22:53

Bari - AAA celibi italiani cercasi per matrimoni-farsa in Cina

Avrebbero ottenuto 5.000 euro gli italiani che hanno accettato di sposare, in Cina, delle cinesi: è quanto emerge dall'operazione con la quale polizia e carabinieri stanno smantellando nel Barese un'organizzazione italo-cinese. Dopo il matrimonio, lui tornava in patria; la moglie, ottenuto il visto, raggiungeva l'Italia e lavorava per dei suoi connazionali
TRANI (BARI) - Sono complessivamente 32 le persone arrestate (25 italiane e sette cinesi) nelle ultime ore nell'ambito dell'operazione Fiori d'arancio, compiuta da militari della compagnia dei carabinieri di Barletta e da agenti della squadra mobile di Bari per porre fine ad un traffico che prevedeva matrimoni farsa tra pugliesi e cinesi per consentire a questi ultimi, a caro prezzo, l'ingresso in Italia.
Degli arresti 11 sono stati destinatari di ordinanze di custodia cautelare in carcere, i restanti 21 agli arresti domiciliari.
A capo dell'organizzazione - a quanto è stato reso noto in una conferenza stampa tenuta negli uffici della procura di Trani, che ha diretto le indagini - c'era un singolare cupido, un uomo di 59 anni, di Corato (Bari), Franco Piccarreta. Questi scoccava i 'dardi dell'amorè diretti dalla Puglia, da Barletta soprattutto e da Corato, alla Cina: reclutava infatti giovani barlettani e coratini, disposti a prendere moglie in Cina dietro un compenso di 4-5 mila euro.
Gli uomini che si dichiaravano disponibili si recavano a Wenzhou, nella provincia di Zhou Guang, parte orientale della penisola e, dopo il matrimonio, consegnavano tutti i documenti necessari per il ricongiungimento famigliare al consolato generale di Shanghai, perchè le loro spose potessero raggiungerli in Italia. Questo è il filone dell'inchiesta seguito dai carabinieri di Barletta che, dal 2002, avevano notato l'incremento di questi strani matrimoni contratti in Cina, alcuni dei quali, dopo poco venivano sciolti. L'altro filone d'inchiesta riguarda la polizia barese, da tempo alle calcagna di una associazione che introduceva clandestinamente stranieri in Italia. Le spose cinesi, infatti, per contrarre matrimonio, pagavano 18.000 euro all'organizzazione criminale, in cambio della 'fedè ma anche di un fittizio contratto di lavoro in aziende pugliesi. In realtà, una volta che si ricongiungevano ai loro mariti, queste donne spesso erano ridotte in stato di schiavitù da loro connazionali.
Una quindicina i matrimoni stimati dai carabinieri, ha riferito oggi il sostituto procuratore inquirente, Michele Ruggero, il quale ha sottolineato che "tra i reati ascritti ai 61 indagati c'è il favoreggiamento dell'ingresso illegale di stranieri in Italia e non dell'immigrazione clandestina, perchè - ha spiegato - le donne erano provviste dei documenti necessari e del contratto di lavoro, così come previsto dalla legge".
Il procuratore capo, Nicola Barbera, si è soffermato sull' importanza della collaborazione tra le forze dell'ordine "che, unendo le informazioni raccolte sui due filoni dell'inchiesta, sono giunti a questo eccellente risultato".
Per alcuni c'è anche il reato di minacce ed estorsione: due giovani barlettani, infatti, al momento di partire per la Cina e andare a sposarsi, avevano cambiato idea, ma hanno dovuto cedere e partire, sotto la minaccia delle armi. Tutti gli 'sposinì italiani sono stati denunciati.

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