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Giovedì 21 Settembre 2017 | 18:06

La giovane promessa del calcio ucciso per una faida di famiglia

Dopo l'arresto dei 2 presunti killer, i retroscena dell'omicidio del calciatore diciottenne del Bari Primavera, Giovanni Montani, "giustiziato" il 10 giugno scorso • Dalle intercettazioni telefoniche: «Se un compagno mio si prende il colpo... io mi butto in mezzo, muoio, muoio con la testa alzata. Sopra di me non deve parlare nessuno»
Bari - Giovanni Montani BARI - Fu una vendetta familiare. Il calciatore diciottenne Giovanni Montani, giovane promessa del Bari Primavera, fu ucciso da uomini dal clan Montani per aver abbandonato sul campo il procugino Salvatore Montani, ferito dai colpi di pistola sparati da un commerciante che non voleva piegarsi ad una richiesta estorsiva legata alla vendita di un cagnolino. Due mesi e mezzo dopo il delitto, la squadra mobile di Bari ha arrestato i due presunti killer del calciatore: Gaetano Capodiferro, di 27 anni, e Giuseppe Amoruso, di 26. Sono accusati di omicidio premeditato e porto di arma da fuoco, reati aggravati dall'aver favorito un'associazione mafiosa.
Secondo l'accusa, fu Capodiferro, cugino del diciottenne Salvatore Montani, a non perdonare il giovane calciatore che pretendeva da un commerciante un cane per regalarlo alla sorellina, sconvolta per la morte di loro padre. Per intimorire l'esercente, il calciatore avrebbe chiesto l'aiuto del procugino Salvatore, figlio del boss Andrea, detenuto da oltre 15 anni. I due, assieme a tre amici, il 10 giugno 2006, dopo aver giocato a pallone, si presentarono nel negozio di animali del quartiere san Paolo e intimorirono il titolare, Ignazio Gesuito. Giovanni, in sostanza, avrebbe voluto acquistare l'animale per 500 euro, mentre il negoziante, che ne aveva richiesti prima 1.400, scese di prezzo sino a 900 euro. Sarebbe cominciato così un violento litigio, durante il quale Gesuito (da allora in carcere) impugnò una pistola calibro 9 che deteneva illegalmente, e sparò alcuni colpi, due dei quali uccisero Salvatore che lo voleva aggredire.
Da qui - secondo la polizia - sarebbe maturato il desiderio di vendetta di Capodiferro, cugino di Salvatore al quale era molto legato tanto da considerarlo un fratello. Dopo il delitto Capodiferro, all'epoca detenuto, prese carta e penna e scrisse allo zio-boss Andrea Montani spiegando che appena libero avrebbe voluto prendere il posto di Salvatore al san Paolo, e annunciava che avrebbe sentito "buone cose". Passarono poco più di quattro mesi dal delitto e, sempre al san Paolo, la sera del 29 ottobre, fu assassino Giovanni Montani, accusato dal clan di voler continuare a fare la bella vita e di voler acquistare un'Audi da 40mila euro.
Le indagini della squadra mobile, diretta da Luigi Liguori, si concentrarono subito su Capodiferro, che è stato incastrato anche da due intercettazioni ambientali e da uno 'stub'. Nella prima, mentre intimoriva tre amici che parteciparono al tentativo di estorsione del commerciante di animali, disse: "Se un compagno mio si prende il colpo... io mi butto in mezzo, muoio, muoio con la testa alzata. Sopra di me non deve parlare nessuno, sopra di me". In un'altra conversazione con il presunto complice Amoruso, fece qualche ammissione. Disse Amoruso, verosimilmente commentando le fasi del delitto: "Nino, i colpi tutti addosso". E l'altro rispose: "Mò, tipo processo", commentando - spiegano gli investigatori - che Amoruso, pur volendo elogiare per l'ottima mira con la pistola, lo stava quasi processando. In realtà, non lo stava giudicando: assieme a lui stava confessando il delitto alla polizia.

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