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Martedì 26 Settembre 2017 | 07:45

Ammalata per fumo passivo: condanna a Fs

Per la Cassazione - sul caso di una ferroviera in servizio a Lecce che, per motivi di salute, s'è assentata oltre 180 giorni - è responsabile il datore di lavoro
ROMA - Il datore di lavoro è tenuto ad assicurare che, in ufficio e nei luoghi al chiuso dove i dipendenti svolgono la loro attività, non vengano accese sigarette e non ci sia fumo che danneggi la salute dei lavoratori. Lo sottolinea la Cassazione che ha confermato la colpevolezza della Rete Ferroviaria Italiana Spa nei confronti di una ausiliaria di stazione, in servizio a Lecce, costretta a lavorare in un ambiente «saturo di fumo». Le Ferrovie, infatti, «solo a distanza di tempo» dalle lamentele della donna, avevano «emanato un ordine di servizio per vietare il fumo in ufficio». L'ausiliaria - Francesca S. - aveva, per colpa del fumo passivo, contratto «una serie di affezioni tra cui, rinite cronica, crisi asmatiche, faringite, agitazione psichica, tachicardia, cefalea e vertigini». Per questo era stata assente dal lavoro superando la soglia dei 180 giorni e le Ferrovie le avevano trattenuto un terzo della retribuzione. Contro la trattenuta Francesca si era rivolta alla magistratura chiedendo anche il risarcimento per danni alla salute. Per quest' ultimo aspetto l'ausiliaria non ha ottenuto nessun risarcimento perchè l'istanza del suo avvocato era troppo generica. Ma per quanto riguarda il suo diritto a non vedersi decurtata la retribuzione, dato che la colpa della sua malattia era ascrivibile alla negligenza delle Ferrovie, la Suprema Corte le ha dato pienamente ragione (sentenza 24404 depositata oggi). In questo senso si era già espressa la Corte di Appello di Lecce, nel febbraio 2003.
In particolare la Suprema Corte ha confermato la colpevolezza delle Ferrovie dello Stato per aver violato l'art. 2087 del codice civile che sanziona gli «inadempimenti del datore di lavoro», e ha stabilito - in via definitiva - che a Francesca S. deve «essere restituita la quota di retribuzione trattenuta a fronte delle assenze per malattia». I supremi giudici hanno respinto anche le obiezioni con le quali le Ferrovie chiedevano una perizia tecnica contestando che i certificati medici, presentati dalla dipendente, potessero bastare a dimostrare che le patologie da lei sviluppate erano dovute a «causa di servizio». In proposito la Cassazione afferma che «non sussiste un obbligo del giudice a ricorrere, in ogni caso, ad una consulenza tecnica di ufficio». Specie dopo che la genericità del ricorso, per la parte inerente il risarcimento danni alla salute,, aveva «limitato» la causa alla sola restituzione delle trattenute sullo stipendio.

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