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Sabato 23 Settembre 2017 | 13:12

Afghanistan - Su Torsello le "cicatrici" dei 23 giorni di prigionia

Il fotoreporter pugliese liberato dal Sismi (il servizio segreto militare) per il momento sta recuperando le forze nella casa dei familiari ad Alessano, in provincia di Lecce. Ma, appena pronto, organizzerà una conferenza stampa
ALESSANO (Lecce) - Lo striscione «Bentornato Gabriele» campeggia da ieri sera sulla cancellata che delimita la villa di famiglia dei Torsello, ma il fotoreporter salentino per ora non uscirà da quelle mura, niente visite, tranne quelle di parenti stretti. I 23 giorni di prigionia in Afghanistan pesano, anche se ai familiari Gabriele ha detto che laggiù, dove la gente soffre, ha lasciato comunque un pezzo del suo cuore. Gabriele Torsello ad Alessano
Il primo giorno con la sua famiglia, i genitori e i parenti più stretti, Gabriele ha deciso di trascorrerlo tutto in casa, senza neppure affacciarsi in strada, dove un piccolo gruppo di concittadini lo ha atteso anche stamani, dopo la ressa di ieri sera al suo ritorno. Gabriele è ancora scosso, e quanto la prigionia abbia fatto breccia nella pelle, è testimoniato da un piccolo episodio accaduto in mattinata. Una parente si è recata in casa per riabbracciarlo. Una volta entrata, si è avvicinata alle spalle di Gabriele senza farsi notare, ed ha posato per gioco le mani sugli occhi del fotoreporter, chiedendogli di indovinare chi fosse. Gabriele ha avuto un fremito di paura, anche se subito dopo si è ripreso ed ha sorriso alla donna quasi a voler sdrammatizzare l'episodio.
Quando era stato liberato, tre giorni fa, il fotoreporter aveva raccontato alle autorità italiane che nei giorni del sequestro era rimasto spesso bendato e sempre in luoghi bui. Anche ieri sera parlando coi giornalisti, a chi gli chiedeva come fossero stati i 23 giorni di prigionia Gabriele aveva risposto: «Sono stati bui, oscuri» e aveva mimato quel ricordo passando le mani davanti agli occhi.
«Gabriele ha bisogno un attimo di riprender il filo della sua vita, di riprendere un attimo di serenità di tranquillità» ha detto oggi ai giornalisti il cognato di Gabriele Torsello, Modesto Nicolì, che nei giorni del sequestro è stato il portavoce della famiglia. Nicolì è uscito in giardino insieme a Marcello Torsello, papà di Gabriele.
«Gabriele mi ha pregato di dirvi di ringraziarvi tutti quanti - ha detto il cognato - che farà una conferenza stampa e verrete avvisati tutti. Per il momento non se la sente proprio, penso sia anche comprensibile questa sua scelta. Ripeto, solo perché ha bisogno per un attimo di riprendere la sua serenità e la sua tranquillità». A chi insisteva per sapere di più il cognato di Gabriele ha spiegato: «A tutti gli aspetti della sua vita penso che risponderà lui esaurientemente in una conferenza stampa. Io posso solo dire quello che vi ho appena detto». E alla domanda sulle condizioni di Gabriele, ha aggiunto: «Come può stare uno che è rimasto sequestrato 23 giorni? Ma ripeto, di tutte queste cose vi parlerà lui. Oggi comunque Gabriele non uscirà».
Poi i ringraziamenti. «Voglio ringraziare soprattutto quanti materialmente hanno operato giù in Afghanistan. Ho ringraziato tantissime persone in questi giorni, però forse è il caso di specificare questo meglio. Ringraziamo tutti gli amici che ci hanno mandato messaggi in questi giorni. Ringraziamo veramente tutti di cuore».
Dal papà di Gabriele, ancora un po' frastornato, solo due frasi col sorriso sulle labbra. «Oggi gli cucinerò altri spaghetti con vongole e pesce. Siete meravigliosi, comunque».
Solo ora Gabriele sta cominciando a riassaporare il profumo della sua terra e il calore della famiglia, le uniche cose probabilmente che gli possono restituire la serenità di cui ha bisogno. In via Scipione Sangiovanni tutto è tornato come era fino al 12 ottobre, quando Gabriele venne rapito, niente folla di curiosi, niente telecamere e microfoni, niente luci e parabole satellitari. Tutto in attesa di quando Gabriele se la sentirà di raccontare quei 23 giorni da prigioniero. E della festa che i suoi concittadini non vogliono rinunciare a tributargli nella piazza del piccolo paese.

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