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Venerdì 22 Settembre 2017 | 19:12

«Dell'Utri non calunniò i collaboratori di giustizia»

L'hanno deciso i giudici della quinta sezione penale del Tribunale di Palermo presieduta da Salvatore Di Vitale. Con il senatore di Fi era imputato anche il pentito della Scu Cosimo Cirfeta che però è recentemente morto in carcere
PALERMO - Il senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, non calunniò i collaboranti Francesco Onorato, Francesco Di Carlo e Giuseppe Guglielmini, da lui accusati di avere organizzato un «complotto» per accordarsi circa gli addebiti da muovergli nel processo che lo vedeva imputato di concorso in associazione mafiosa. I giudici della quinta sezione penale del Tribunale di Palermo presieduta da Salvatore Di Vitale, entrati in camera di consiglio alle 14.30 di venerdì, hanno pronunciato la loro sentenza nell'aula bunker del carcere Pagliarelli intorno alle 12.45, assolvendo Dell'Utri dall'accusa di calunnia aggravata per la quale i pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo avevano chiesto 7 anni di carcere. Dichiarato anche il non doversi procedere, per sopraggiunto decesso, nei confronti del pentito Cosimo Cirfeta per lo stesso reato.
Nel dettaglio è stato assolto nel merito Dell'Utri ai sensi del secondo comma dell'articolo 530 del codice di procedura penale (perchè la prova non è stata raggiunta ed è risultata contraddittoria). Questo significa che a porre in essere la calunnia potrebbe essere stato Cirfeta, scomparso nel marzo scorso e dunque non più imputabile, e che l'ex pentito pugliese non avrebbe avuto la collaborazione di Dell'Utri nell'imbastire la calunnia. Entrambi gli imputati sono stati invece assolti nel merito e pienamente, «limitatamente alla condotta di Cirfeta e Dell'Utri tesa a convincere altri collaboratori a confermare le accuse di Cirfeta». In questo caso, secondo il tribunale il fatto non sussiste. Dell'Utri, assente dall'aula, raggiunto telefonicamente si è detto «rincuorato. Era davvero difficile, data la situazione, credere in una sentenza come questa, anche se avevo la certezza di non essere colpevole. Evidentemente la forza della verità era tale che i giudici non potevano che prenderne atto».
Secondo l'accusa della Procura, Dell'Utri assieme ai pentiti Cosimo Cirfeta, e Giuseppe Chiofalo che ha già patteggiato, aveva falsamente accusato Guglielmini, Onorato e Di Carlo di avere ordito un complotto ai suoi danni. In particolare, Ingroia e Gozzo nella loro requisitoria iniziata il 28 settembre avevano sostenuto che il parlamentare si era reso protagonista «di una tattica e di una tecnica dilatatorie per paura di essere condannato. La calunnia è nata dalla sua condotta diffamatoria», e il senatore di Fi, indicato da Ingroia come «il potente», avrebbe considerato «tutti al suo servizio. Così non è - ha sottolineato - il processo ha un solo padrone: la verità». Dell'Utri, per l'accusa, avrebbe architettato una serie di espedienti per dimostrare «il presunto e inesistente complotto» dei collaboranti Francesco Onorato, Francesco Di Carlo e Giuseppe Guglielmini: «Tutto - ha aggiunto Ingroia - per paura di essere smascherato, di essere condannato per mafia. E per questo ha commesso reati pur di sfuggire alla verità». Per la difesa del senatore di Forza Italia, invece, Dell'Utri si sarebbe invece limitato «a segnalare irregolarità da lui scoperte nella gestione dei tre collaboratori di giustizia, e in particolare contatti tra loro». «Questa sentenza è molto importante perchè inappellabile e sotto questo profilo i giudici hanno maturato la decisione tenendo conto del fatto che dovrà resistere a un eventuale ricorso in Cassazione», afferma l'avvocato Giuseppe Di Peri. «Il tribunale - ha proseguito il legale - non ha dato niente di più e di meno a Dell'Utri di quello che gli aspettava, cioè l'assoluto riconoscimento della sua estraneità ai fatti. La sentenza dice che fu lui a essere contattato dai collaboratori di giustizia che intendevano segnalargli comportamenti scorretti di altri pentiti». Per il pm Ingroia, «ci sono sentenze di condanna e sentenze di assoluzione: bisognerà leggere la motivazione per rendersi conto del profilo seguito dai giudici». Per Ingroia, «il fatto che comunque il reato nei confronti di Cirfeta sia stato dichiarato estinto per morte del reo, dimostra che l'accusa a Cirfeta non è infondata. Dell'Utri, poi, è stato assolto ai sensi del secondo comma dell'articolo 530 e questo dimostra che il suo concorso non è stato sufficiente per dimostrare la colpevolezza».

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