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Giovedì 21 Settembre 2017 | 16:16

Bari - Quindici anni fa i "disperati del Vlora"

L'8 agosto 1991 entrò nel porto del capoluogo pugliese quello che è diventato il simbolo dell'immigrazione degli stranieri in Italia. A bordo del mercantile, i primi albanesi fuggiti in Italia per cercare migliori condizioni di vita, crollato il regime comunista del dittatore Enver Hoxa. Giorni terribili per la città e per il Paese, con quei giovani ammassati nello stadio della Vittoria. Oggi molti di loro si sono integrati nella società italiana con un lavoro dignitoso
Clandestini Albania albanesi nave Vlora BARI - Era un'alba torrida come alcuni di questi giorni di agosto quando esattamente quindici anni fa, l'8 agosto del 1991, entrò nel porto di Bari la «Vlora», un piccolo mercantile sovvraccarico di gente, ogni centimetro sfruttato, anche sui pennoni, per raggiungere in oltre ventimila il sogno italiano.
Fu praticamente un intero paese a lasciare Durazzo per raggiungere Bari: come se tutti gli abitanti di Orvieto si trasferissero da una costa all'altra.
Per Bari fu una sorta di invasione inattesa: certo altri sbarchi c'erano stati ma nulla di così epocale, di biblico nel senso letterale del termine.
Furono giorni difficili, con decisioni che scatenarono polemiche, come quella dell'allora sindaco di Enrico Dalfino (aspramente criticato dal Presidente della Repubblica dell'epoca, Francesco Cossiga) di trasferire migliaia di immigrati nel vecchio stadio della Vittoria, in una sorta di campo profughi improvvisato ma che ricordava inevitabilmente i lager militari della dittatura in Argentina o in Cile. Scattò anche la solidarietà spontanea di tanti cittadini per cercare di aiutare quella marea umana che si era riversata sull'altra sponda dell'Adriatico. Tra gli altri c'era anche il vescovo di Molfetta, don Tonino Bello che con la sua "Cinquecento" faceva la spola per portare abiti e vettovaglie senza temere di affacciarsi nella bolgia infernale di quello stadio stracolmo di persone sfiancate dal viaggio e del caldo, più o meno controllate da forze dell'ordine e soldati di leva.
Molti di quegli immigrati sono riusciti a restare in Italia, alcuni anche a Bari, molti furono rimpatriati alcuni giorni dopo il loro arrivo a bordo di aerei militari C-130. Ma i più sono riusciti a costruirsi una vita in Italia, lasciatisi definitivamente alle spalle gli anni della dittatura comunista di Enver Hoxa.

Oggi Tirana ha quasi un milione di abitanti, ma un po' tutto il Paese delle aquile - con tassi di sviluppo "cinesi" ed una valuta che si è apprezzata perfino sull'euro - non è più una realtà da cui fuggire in ogni modo, anche su precari gommoni e mercantili improbabili, e nemmeno quel porto franco della criminalità come pure è stato in passato.
Molti di quegli albanesi fuggiti quindici anni fa, con le loro rimesse hanno consentito la ripresa economica, così come è avvenuto in Italia coi suoi emigrati in America, ed oggi tornano a casa per le ferie e magari si affollano sempre nel porto di Bari, in attesa di prendere un traghetto che li riporti in patria per riabbracciare i parenti.
Sono muratori, meccanici, operai che tornano a casa un po' come i nostri zii d'America: qualche settimana e poi si torna a lavorare nei cantieri e nelle fabbriche del nord, come tanti pugliesi, calabresi, siciliani.

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