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Domenica 24 Settembre 2017 | 12:35

Atr caduto - «Vogliamo la verità»

Il 6 agosto dell'anno scorso l'incidente dell'aereo pieno di turisti pugliesi, precipitato in mare al largo della Sicilia: i morti furono 16. La battaglia del Comitato dei familiari delle vittime e l'inchiesta giudiziaria non ancora conclusa
Chefik Gharbi, il comandante dell BARI - Verità e giustizia: è quello che chiedono i familiari delle vittime e i sopravvissuti del tragico ammaraggio dell'Atr 72 della Tuninter, in volo tra Bari e Djerba, che il 6 agosto dell'anno scorso provocò la morte di 16 persone mentre 23 furono i sopravvissuti. Il disastro avvenne al largo delle coste siciliane, non lontano da Palermo. Un anno dopo ancora poco si conosce delle vere ragioni che provocarono l'incidente.
A indagare è la Procura di Palermo, dopo che la Cassazione ha deciso a febbraio che l'inchiesta fosse di competenza esclusiva dei magistrati siciliani e non dei colleghi di Bari. «Noi ribadiamo la nostra richiesta di verità e giustizia - dice la presidente dell'Associazione "Disastro Capo Gallo 6-8-2005" Rosanna Albergo Baldacci, che nell'incidente ha perso la figlia Barbara di 23 anni e il fidanzato di quest'ultima, Francesco Cafagno, coetaneo, il cui cadavere fu ritrovato in mare dopo diversi giorni - e che i responsabili di questa tragedia vengano puniti».

Sono due le domande che hanno monopolizzato l'interesse dell'opinione pubblica: qual è il motivo per il quale ben due motori si sono spenti uno dopo l'altro, a distanza di pochi minuti, una circostanza davvero insolita? E, una volta verificatasi questa situazione, l'equipaggio ha seguito tutte le procedure di emergenza necessarie in queste situazioni? Insomma è stato giusto ammarare? O c'era la possibilità di arrivare alla terraferma?
Sulla prima domanda le risposte sono state varie: nei primissimi giorni si è parlato di carburante sporco e sabbioso, si è indagato sulla ditta che aveva rifornito a Bari la Compagnia tunisina ma poi si è accertato che quel giorno aveva rifornito altri velivoli, uscendo presto di scena.
L'attenzione si è quindi concentrata sul cosiddetto "indicatore di minimo livello carburante" e sul presunto traffico di pezzi taroccati, una pista già seguita in una inchiesta di qualche anno prima ("Latin Phoenix") a Tempio Pausania in Sardegna. Quello montato a bordo dell'Atr 72 Ts-Lbb era in realtà un indicatore dell'Atr 42, un modello simile ma differente. Ciò avrebbe tratto in inganno i piloti, fornendo informazioni errate sulla quantità di gasolio presente a bordo e facendo trovare il velivolo sprovvisto durante il viaggio.
È noto che il pilota, una volta a Bari, essendosi reso conto di aver consumato molto kerosene fece un "rabbocco", cioè fece caricare un'ulteriore dose di carburante ma probabilmente non sufficiente proprio per le cattive informazioni dell'indicatore.
Quanto invece al secondo interrogativo i Pm della Procura di Palermo Marzia Sabella e Emanuele Ravaglioli, da quanto trapelato, hanno concluso che il velivolo, una volta spentosi il primo motore, avrebbe dovuto cercare di atterrare all'aeroporto più vicino invece di continuare e che comunque avrebbe avuto una quantità di carburante sufficiente a proseguire fino alla terraferma. Contrariamente a quello che comunemente si può pensare, ammarare in una situazione di emergenza può essere più pericoloso che atterrare.

Dalle autopsie è emerso che molte delle vittime sono decedute per il trauma da impatto e non asfissia e annegamento. I Pm hanno ipotizzato che il pilota Chafik Gharbi e il co-pilota Alì Kebaier, entrambi sopravvissuti, abbiano abbandonato i comandi al momento dell'emergenza. La notizia ha avuto grande risalto, forse eccessivo. «La Procura, infatti - dice Nicola Persico, legale di parte civile e molto vicino all'associazione "Capo Gallo" - non esclude tutto il resto, ma si limita ad aggiungere un elemento nuovo di fortissima corresponsabilità».

Nell'inchiesta sono indagati il pilota e il copilota per omicidio colposo e disastro colposo plurimo. Ma la caduta potrebbe essere stato l'effetto di una serie di concause derivanti anche da comportamenti omissivi e imprudenti che solo il processo potrà accertare.

L'associazione "Disastro Capo Gallo", nata il 19 settembre del 2005 e sin dall'inizio supportata dal sindaco di Bari Michele Emiliano, ha avuto modo di incontrare rappresentanti della Compagnia Tuninter sia in Italia a Bari che in Tunisia.
«All'inizio -spiega Rosanna Albergo - ci siamo lamentati per il fatto che non si erano fatti vivi. Poi, in occasione degli incontri, li abbiamo posti di fronte alle loro responsabilità chiedendo collaborazione nella ricerca della verità. Loro hanno manifestato questa disponibilità sottoscrivendo alcuni impegni . Ma quando siamo stati ricevuti (il 9 maggio - n.d.r.) dai pm di Palermo - prosegue - abbiamo verificato che non tutte le rogatorie sono state soddisfatte e abbiamo così irrigidito la nostra posizione nonostante i loro sforzi». Non tutti i documenti richiesti alla Tuninter sono stati concessi ai magistrati. «Ora chiediamo che vengano accolte tutte le loro richieste», ribadisce.

L'associazione - che l'11 luglio si è "federata" con altre associazioni di parenti delle vittime dei principali disastri aerei italiani, da Casalecchio di Reno (Bologna) a Ustica, dal Cermis a Milano-Linate da Verona a Pristina (dove cadde un altro Atr del Programma Alimentare Mondiale) - organizzerà per il prossimo 6 agosto un momento di ricordo, riflessione e ricostruzione della vicenda dell'Atr 72 in piazza Diaz a Bari in contemporanea con una manifestazione toccante, organizzata a Palermo in collaborazione con gli enti Locali, Protezione civile, Capitaneria, Vigili del fuoco che dettero una bella prova durante i soccorsi, porteranno dei fiori al largo di Capo Gallo, nella zona dell'incidente.

«Alla manifestazione - aggiunge Albergo - abbiamo invitato anche il sottosegretario ai Trasporti. «Quello che abbiamo più a cuore, anche insieme alle altre associazioni, - prosegue Rosanna Albergo - è l'accertamento della verità, in modo da prevenire altri disastri. A un anno di distanza l'obiettivo che mi sono data - aggiunge - è di onorare la memoria di questi giovani che hanno perso la vita. Una causa, quella della sicurezza che non perderò mai di vista. Lo faccio per gli altri giovani che viaggeranno. Perché non si può permettere che i controlli siano fatti in modo superficiale. Quando è in gioco la vita umana questioni come queste non possono essere prese alla leggera e dipendere da esigenze economiche».
Quanto alle cause del disastro, Rosanna Albergo si dice convinta che si è trattato di «una catena di imprudenze e indolenze. Bastava che una persona, il magazziniere, il meccanico, il tecnico collaudo, il pilota, controllasse bene e si accorgesse della sostituzione dell'indicatore di carburante, e si poteva salvare la vita di tante persone. Il pilota per esempio - prosegue il marito, Nichiforos Baldacci - non ha firmato la ricevuta di pagamento e quindi non ha neanche letto la quantità insufficiente di carburante introdotto. Saranno le scatole nere e i colloqui avvenuti tra il pilota e la torre di controllo a dirci qualche verità in più. E lì ci sarà da ridere», conclude amaramente.

Ma ecco cosa accadde il 6 agosto di un anno fa. Il velivolo parte alle 14,32 da Bari-Palese. Nel capoluogo pugliese c'è un sole accecante, anche se in quel pomeriggio spira un vento teso. A scegliere la meta delle spiagge tunisine, sono giovani di Bari e provincia e di altre zone della Puglia. Alcuni hanno scelto la Tunisia dopo la rinuncia a Sharm el Sheik per paura degli attentati che da poco si erano verificati nella nota località egiziana. A bordo ci sono coppie, comitive di amici, qualche bambino, ma anche una madre con la figlia di appena 4 anni e la baby sitter di quest'ultima.

Ad un certo punto, una volta sul Tirreno, i motori cominciano a perdere colpi. Si spegne prima uno, poi l'altro. Così il pilota fa rotta verso la Sicilia, ma a pochi chilometri dalla costa non lontano dalla località Capo Gallo, vicino Palermo, a circa 20,5 miglia dalla terraferma, decide di ammarare. L'aereo intorno alle 15,55 si infila in acqua con la punta, poi forse rimbalza e secondo le prime informazioni si spezza in tre parti. Ma in una foto scattata da un elicottero di soccorritori, resa nota successivamente e pubblicata dai giornali, si vede che la carlinga galleggia intera in acqua. Questo è uno dei primi misteri.
Alcuni dei passeggeri muoiono nell'impatto, forse contro il carrello, altri riescono a salvarsi usando i giubbottini di salvataggio. Le scene che si presentano ai soccorritori sono strazianti: qualcuno non ha tempo di pensare di essersi salvato perché non riesce a trovare l'amico, il fidanzato, il marito, la moglie. Le condizioni di alcuni feriti, trasportati agli ospedali di Palermo da una immediata macchina dei soccorsi, sono molto critiche. In particolare quelle del pilota tunisino Chafik Garbi, che secondo i vari punti di vista verrà considerato ora colui che ha salvato la vita di 23 persone, compresa la sua, ora colui che non è riuscito a portarne in salvo altre 16. È guarito dai postumi in breve tempo.

Le prime notizie sembrano più confortanti, poi il bilancio si fa più amaro. Si saprà dopo delle storie di solidarietà e di eroismo di alcuni dei sopravvissuti, della sfortuna di alcune vittime, dell'impossibilità di altri di salvare la vita a un proprio congiunto o a un proprio amico.

Emerge soprattutto la vicenda di un giovane di Gioia del Colle, Donato Salvatore Cetola, 31 anni, che perderà la fidanzata Grazia e altri due amici ma riuscirà a salvare la vita di altri passeggeri. Donato verrà premiato qualche settimana dopo a Palermo.

Intanto all'aeroporto di Bari-Palese arrivano i parenti che vengono portati in una saletta lontano da curiosi e giornalisti. Con loro il personale dell'aeroporto, gli psicologi, l'arcivescovo di Bari, i rappresentanti delle istituzioni. In serata arrivano i magistrati. C'è un triste elenco di passeggeri partenti per la destinazione delle vacanze Djerba, ma non si sa ancora chi ce l'ha fatta. Molti parenti (una cinquantina) salgono in serata su un altro aereo diretti nel capoluogo siciliano. Con quale stato d'animo è facile immaginare. Una volta in Sicilia si ha la certezza di una perdita o la gioia di un sollievo.
I funerali delle vittime si tengono qualche giorno dopo nei vari centri di provenienza: Bari, Gioia del Colle, Modugno, Bitonto, Canosa di Puglia, Crispiano.
Alcuni corpi vengono trovati molti giorni più tardi a 1.400 metri di profondità: in particolare quelli di Francesco Cafagno di Bari e Raffaele Ditano di Fasano, oltre ad un membro dell'equipaggio tunisino.

Si apre l'inchiesta con tutte le sue ipotesi. Viene recuperato il relitto e trasportato nell'hangar dell'aeroporto militare di Boccadifalco. Dopo il loro ritrovamento, viene avviato l'esame delle scatole nere. Alcuni reperti del relitto vengono portati in Germania nella sede della Lufthansa, a Francoforte. Inizia anche l'analisi di altri precedenti incidenti (anche senza vittime) che hanno interessato gli Atr nel mondo. Tra Bari e Palermo vengono avviate le rispettive inchieste con i conflitti di competenza poi risolti. Le audizioni dei sopravvissuti si svolgono prima a Bari (in dicembre a cura dei magistrati di entrambe le Procure) e poi più recentemente a Palermo. Emergono alcune raccomandazioni di sicurezza relative a un indicatore supplementare di sicurezza. Si parla di "service bulletins" mai rispettati. Si chiede una Commissione di inchiesta parlamentare sul presunto traffico di pezzi di ricambio taroccati.

Si apre anche il capitolo dei risarcimenti. Finora i familiari delle vittime e i sopravvissuti hanno ricevuto dalle compagnie assicurative i diritti speciali di prelievo previsti per legge: circa 20 mila euro a testa. Intanto le trattative per il risarcimento vero e proprio sembrano a buon punto.

L'associazione riesce a vincere l'iniziale disorientamento e il dolore e comincia a combattere la sua battaglia per la verità, nonostante l'amarezza per il mancato inserimento della Tuninter nella "lista nera" dell'Unione europea. Sembra una storia già vista per altre tragedie aeree italiane. L'esempio più vicino è quello del disastro dell'8 ottobre del 2002 a Milano Linate di cui si è concluso il processo di Appello, con qualche assoluzione discutibile, pochi giorni fa. Non a caso si è instaurato con il presidente di quel Comitato, Paolo Pettinaroli, un rapporto di grande vicinanza. Il 6 maggio, ad una commemorazione che si tiene in un paese limitrofo, davanti a una gran folla una madre fragile e determinata non si scompone ma pronuncia parole dure, anche se la voce trema: «Non ci faremo spaventare dai potenti».

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