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Giovedì 21 Settembre 2017 | 08:43

Chiude in casa figlie indisciplinate: condannata

Respinto in Cassazione il ricorso di una pugliese condannata a Lecce per aver impedito alle proprie figlie di uscire di casa per una settimana chiudendo con un lucchetto una porta di casa
ROMA - Tenere i propri figli in una stanza chiusa a chiave può essere un reato se comporta rischi per la loro incolumità, stress psicologico e sofferenza fisica. Lo sancisce la Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso di una donna pugliese condannata dalla Corte di Appello di Lecce per aver impedito alle proprie figlie di uscire di casa per una settimana chiudendo con un lucchetto una porta di casa.
L'imputata aveva proposto ricorso alla Suprema Corte spiegando, tra l'altro, che si trattava di una «misura correttiva» nei confronti delle figlie indisciplinate. Secondo la donna, inoltre, non andava sottovalutato l'aspetto socio economico in cui era avvenuto il fatto contestato considerato «del tutto normale» in un ambiente definito «squallido e degradato».
La terza sezione penale della Suprema Corte, con la sentenza 23497, ha respinto il ricorso e condannato la donna anche al pagamento delle spese processuali spiegando che la punizione scelta dalla donna per le proprie figlie era «del tutto sproporzionata ed abnorme» e che «limitava la loro possibilità di locomozione tanto da rasentare il sequestro di persona». Essere recluse da sole in casa per così lungo tempo, spiegano poi i giudici supremi, ha provocato nelle ragazze forte stress emotivo e fisico considerando la loro giovane età, mettendo quindi a rischio la loro incolumità. Dal rilievo degli agenti intervenuti in seguito alla denuncia di una delle ragazze trattenute a casa, risulta infatti che «erano visibilmente impaurite».

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