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Sabato 23 Settembre 2017 | 07:51

Vendola: pena di morte è grande scandalo

Lo ha sottolineato il presidente della Regione, presentando «Sacco e Vanzetti loro malgrado», una pièce teatrale che debutterà nel prossimo mese di novembre in Puglia
BARI - «La pena di morte è la fine dell'idea stessa della giustizia: questo vale negli Stati Uniti d'America come a Cuba, in Cina, come in qualunque Repubblica islamica. Vale dappertutto. Oggi la pena di morte è un grande scandalo, inaccettabile, contro cui dobbiamo non smettere di esercitare la mobilitazione delle coscienze». Lo ha sottolineato il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola (Prc), presentando «Sacco e Vanzetti loro malgrado», una pièce teatrale che debutterà nel prossimo mese di novembre in Puglia prodotta dal «Cerchio di Gesso» di Foggia e dal Comune di Torremaggiore, sostenuta dalla Regione Puglia con la collaborazione, per la promozione, del Teatro Pubblico Pugliese. Vendola, insieme con gli assessori regionali alla cultura, Silvia Godelli, e ai flussi migratori, Elena Gentile, ha ricordato la storia dei due anarchici italiani Nicola Sacco, pugliese, di Torremaggiore, e il piemontese Bartolomeo Vanzetti, condannati a morte, nonostante le prove che li scagionavano, per un duplice omicidio durante una rapina e uccisi sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927 nel penitenziario del Massachussetts (Usa). Nel '77 l'America li riabilitò.
Una vicenda - ha detto Vendola - che ha «una straordinaria implicazione politica e civile con le cose più importanti che sono rappresentate attualmente nel dibattito pubblico italiano e internazionale».
La prima questione, ad esempio, «la più semplice, ovvero la più complessa»: Sacco e Vanzetti - ha ricordato Vendola - erano due emigranti. «E quante volte - ha detto Vendola - abbiamo immaginato che, se ci fosse una consapevolezza storica di quali sono stati i percorsi di integrazione di tutti i migranti nei flussi di questa straordinaria e incredibile storia delle migrazioni, anche una comparazione sui fenomeni differenti delle migrazioni clandestine, che non sono una invenzione recente ma sono un fenomeno abbastanza antico, tutto questo servirebbe a costruire un giudizio e un convincimento più razionale e più sobrio rispetto alla questione delle migrazioni». E ancora: due anarchici, due anarchici non insurrezionalisti, «perchè oggi nel dibattito italiano le due parole si associano facilmente, ma un 'anarchico calzaturierò e un 'anarchico itticò perchè erano due persone di modestissima condizione sociale, un operaio di calzature e un pescivendolo, che propongono un quesito che è molto attinente con i problemi del mondo in cui viviamo».

«E' possibile - si è chiesto Vendola - l' esercizio dell'azione penale per la condizione in cui vive una persona o per la convinzione che anima una persona? Si può immaginare che l' azione penale non debba esclusivamente occuparsi di sanzionare i comportamenti piuttosto che i convincimenti o la condizione esistenziale. Dovrebbe essere una domanda impropria da qualche secolo. Così non è». Oggi è dunque « molto importante ripristinare una nozione fondamentale: non è possibile procedere nei confronti di nessun essere umano perchè la sua condizione, la sua anagrafe, il colore della sua pelle, lo rende omologabile a una qualche astratta categoria di tipo criminologico». Questo - secondo Vendola - è un problema serissimo e molto drammatico ed anche ciò rende di estrema attualità il caso di Sacco e Vanzetti.

La terza questione: il giusto processo. Sette anni di calvario giudiziario per Sacco e Vanzetti, «senza nessuna garanzia di un reale esercizio del diritto alla difesa, e il diritto alla difesa si deve soprattutto esercitare nel dibattimento pubblico che si realizza dentro un processo». Sacco e Vanzetti ebbero però un forte sostegno esterno alle aule giudiziarie. «Una mobilitazione - ha ricordato il presidente della Regione Puglia - continuata anche dopo l' omicidio di Stato che venne compiuto nei confronti di Sacco e Vanzetti».

Ma c'è un' altra questione, la più importante, quella della pena di morte. «Noi siamo tra coloro - ha detto Vendola - che pensano che la relazione che vi è tra la parola giustizia e il sostantivo o l'aggettivo giustiziato sia una relazione ossimorica, che siano l'una il capovolgimento dell'altra, perchè non vi è giustizia nell'espressione giustiziato. L'espressione giustiziato è il capovolgimento paradossale e aspro del senso medesimo della giustizia. Quindi il giusto processo, il diritto alla difesa. E la pena di morte in nessun caso, in nessun luogo, può minimamente sfiorare la cogenza della nozione di giustizia».
Per queste ragioni rimettere in scena Sacco e Vanzetti, «tornare a parlare di una storia che parla della nostra carne strappata, delle nostre radici divelte, dell'andare lontano, dell'America, per noi che siamo diventati l'America per qualcun altro, e delle ingiustizie che si sono determinate», secondo Vendola, è «un grande momento non soltanto di attività culturale ma un grande momento di riconnessione di tessuti civili».

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