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Mercoledì 20 Settembre 2017 | 22:15

La Puglia vanta un nuovo Generale

E' Emanuele Sblendorio, attuale vice comandante della Brigata Pinerolo. Della sua esperienza nel Col. Moschin dice: «M'è rimasto un approccio operativo»
BARI - «Pensavo di non essere all'altezza». E' con una modestia rara di questi tempi di imperante "ego superlativo" che il barese Emanuele Sblendorio, attuale vice comandante della Brigata corazzata "Pinerolo", commenta la sua promozione a Generale di Brigata. Una modestia apprezzabile sempre e, ancor più, perché è d'un soldato che ha un curricculum da urlo. Come molti ha i titoli (Accademia Militare di Modena, Corso di Stato Maggiore alla Scuola di Guerra di Civitavecchia e laurea), ma - come pochi - può anche vantare una lunga esperienza operativa. Ha passato mezza vita nell'unico reggimento che, per la notorietà guadagnata sul campo, può definirsi anche soltanto con un numero: il Nono. E del 9° Reggimento d'assalto paracadutisti "Col. Moschin" (reparto di forze speciali dell'Esercito Italiano, appartenente alla Brigata Paracadutisti Folgore) Sblendorio è stato comandante. Nel 1991 (operazione "Proteo") era in Etiopia. E' stato insignito della Croce d'Argento al merito dell'Esercito per essersi distinto in Somalia durante le operazioni "IBIS 1" e "IBIS 2", nel '93 e nel '94. Nel '94 ha anche partecipato all'operazione "Ippocampo" in Ruanda. Una magistrale operazione NEO, (Non-combatant Evacuation Operations), per l'evacuazione dei nostri connazionali.
Altra Croce d'Argento gli è stata attribuita per il suo contributo nell'ambito dell'operazione "Joint Force", in Bosnia Erzegovina (1996 e 1997). E, infine, nel '99 è stato in Kosovo, nell'ambito dell'operazione "Joint Guardian".
«Sì, è vero, ma c'è un sacco di gente che ha fatto un sacco di cose e anche più e meglio di me», commenta il generale barese.
Vuol dire che non se l'aspettava questa promozione?
«Era una notizia che stavamo aspettando ma c'era incertezza perché la selezione s'è fatta molto severa, anche per l'intervenuta "professionalizzazione". E sono grato alla Forza Armata d'avermi dato questa opportunità. L'Esercito Italiano, pur con tutte le sue difficoltà, ha conservato una spiccata serietà. I nostri concorsi sono difficili, anche per i figli dei soldati, e c'è molta severità nella valutazione del personale, improntata a un alto livello di correttezza e giustizia».
Lei che ha passato la maggior parte dei suoi 52 anni nell'Esercito, come può sintetizzare questo processo di "professionalizzazione"?
«Con l'eliminazione della leva obbligatoria è stata definitivamente archiviata una certa vecchia immagine di soldato stanziale. Ora poi c'è un contesto internazionale e bisogna confrontarsi all'estero. Quindi la "professionalizzazione" è stata una svolta epocale. Sono scomparsi una serie di fenomeni, a basso livello, e ora si vede gente molto motivata che chiede di fare. E poi ci sono le donne, che sono il 3 per cento ma stanno già dando ottimi riscontri. Qui in Brigata, per esempio, abbiamo un ufficiale del Corpo ingegneri, un ufficiale medico a Foggia e molte altre, tutte molto motivate».
«Dal di dentro - continua il generale Emanuele Sblendorio - la trasformazione più grossa è stata la riduzione del personale, un processo che non è ancora terminato».
In seno alla "Pinerolo" lei ha messo a punto profili d'addestramento molto severi...
«La Forza Armata è una realtà complessa. Ci sono i tecnici, i logisti e altri. Io ho avuto la delega alla preparazione professionale dell' "uomo soldato", con la sua arma, col suo equipaggiamento. Che poi è proprio quello che risolve i problemi e che si relaziona con le popolazioni e il territorio in cui andiamo ad operare. Io devo formare il combattente nella sua essenza perché sappia rispondere a ciò che gli si richiede. Ovvero: "tu devi conoscere perfettamente il compito che ti viene assegnato". Così se sei un fuciliere devi sparare perfettamente perché in questo modo sei una garanzia di sicurezza per te e per gli altri. E ciascuno deve imparare a distinguere tra ciò che può e non può fare».
Cioè?
«Deve imparare a rispettare le regole di ingaggio».
Cosa ne pensa dell'accesso delle donne nei corpi d'elite?
«Se guardiamo l'esperienza di altri, come l'esercito americano e inglese, vediamo che il loro approccio è pragmatico e non troviamo le donne combattenti in prima linea. Troviamo l'autista di mezzo cingolato o la pilota di elicottero, ma non troviamo l'assaltatore donna. Penso che sia corretto. Inoltre, si sono verificati episodi in cui l'elemento donna ha condizionato un po' il comportamento degli altri componenti. Si tende a proteggerla di più e questo altera la reattività. Per non parlare poi della cattura di un elemento femminile da parte di truppe, regolari o meno, che magari hanno una cultura assolutamente diversa dalla nostra. Si avrebbe un impatto mediatico fortissimo».
Però se le truppe non rispettano la Convenzione di Ginevra non è che gli uomini corrano meno rischi.
«E' verissimo, ma la violenza su una donna è una questione più sensibile, più delicata».
Lei ha una sfilza infinita di brevetti di paracadutista: americano, inglese, olandese, tedesco, francese, spagnolo...
«Guardi è consuetudine, in missione con altre truppe parà, scambiarsi il paracadute. Questo scambio è un segno di fiducia. Una volta - ricorda ridacchiando il generale - eravamo in Giordania (e tra l'altro il re di Giordania era un parà). Eravamo quattro ufficiali, due erano Carabinieri, e ci scambiammo il paracadute coi giordani. Bhe, su 4 ci sono stati ben 3 malfunzionamenti».
Appunto, il Nono. Lei l'ha anche comandato. Cosa le è rimasto di quella esperienza?
«Ho fatto circa 20 anni al Nono. E' una sorta di imprinting che hanno dato. E anche il modo di approcciare i poblemi si riconduce sempre un po' a quello».
In che senso?
«E' un approcio diciamo... diciamo che è un approccio piuttosto operativo».
Ora che lei è generale, come cambierà il suo orizzonte, le sue responsabilità? Quanto può incidere un generale di Brigata nell'ambito della Forza Armata?
«Un generale ha responsabilità diverse. Mi hanno già contattato da Roma e mi hanno detto di preparare le valige e quindi andrò dove ci sarà necessità; vedremo. Poi un generale del mio grado, in una struttura molto gerarchizzata come è la nostra, comanda una Brigata (non è ancora il mio caso attualmente), cioè 7 Reggimenti, con 7 colonnelli. Quindi è in grado di dare un certo impulso. E' una figura emblematica in questa struttura e può fare moltissimo da un punto di vista della coesione, dell'amalgama, e della motivazione degli uomini».
Marisa Ingrosso

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