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Sabato 23 Settembre 2017 | 20:20

Muore in cella Cosimo Cirfeta

L'ex boss Scu, 40 anni, era imputato con Marcello Dell'Utri per calunnia aggravata nei confronti di tre collaboratori di Giustizia che accusavano il senatore di Fi
BARI - La procura ha avviato accertamenti sulla morte, avvenuta venerdì in una cella del carcere di Busto Arsizio, dell'ex collaboratore di giustizia Cosimo Cirfeta, in passato affiliato alla Sacra corona unita (Scu). Il boss pugliese - 40 anni compiuti lo scorso 23 novembre - era imputato a Palermo, insieme al senatore Marcello Dell'Utri (Forza Italia), in un processo per calunnia aggravata nei confronti di tre pentiti di Mafia.
L'ex collaboratore ieri mattina è stato trovato morto dagli agenti di polizia penitenziaria con accanto una bomboletta di gas che Cirfeta, secondo gli investigatori, inalava spesso.
I giudici della quinta sezione del tribunale di Palermo, davanti ai quali si svolge il processo, hanno chiesto alla direzione del carcere una relazione su questo decesso.
Cosimo Cirfeta, nativo di Copertino (Lecce), iniziò la sua scalata alle vette della (allora neonata) Mafia pugliese negli anni Ottanta, divenendo l'uomo di fiducia di Gianni De Tommasi, di Campi Salentina. Su quel clan però s'abbattè la scure della Direzione distrettuale antimafia e Cirfeta venne arrestato assieme agli altri. Fu proprio durante il maxi processo alla Sacra Corona Unita che decise di collaborare con gli inquirenti. Disse che li avrebbe aiutati a far piazza pulita della Scu. In effetti offrì il suo contributo in alcuni processi ma, in realtà, le sue affermazioni non sempre si dimostrarono attendibili all'atto del riscontro. Come quella volta che accusò di alcuni fatti di sangue persone certamente innocenti giacché erano in galera.
Nel 1992 la sua condanna venne confermata dalla Corte d'Appello: oltre vent'anni di carcere. L'anno dopo fece i nomi dell'ex presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, e dell'ex presidente della Prima sezione penale della Corte di Cassazione, Corrado Carnevale (successivamente entrambi inquisiti e poi assolti).
Nell'estate del '97, (mentre era nel carcere di Paliano) scrisse all'Antimafia salentina che aveva saputo che c'era un accordo tra tre collaboratori di giustizia (Francesco Di Carlo, Giuseppe Guglielmini e Francesco Onorato) per avvalorare a vicenda accuse false nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Scrisse altre missive dello stesso tenore e, alla fine, fu l'attuale sindaco di Bari Michele Emiliano (che allora era pubblico ministero) a dare ordine alla Polizia penitenziaria di ascoltarlo. Cirfeta confermò ciò che aveva scritto di suo pugno e spedito. Sostenne, inoltre che i collaboratori di giustizia avrebbero chiesto anche a lui di far parte della squadra ma che si sarebbe rifiutato. La mente della macchinazione - come riportò «la Repubblica» nell'ambito di un'inchiesta sugli «007» che avrebbero inquinato le carte del caso Telekom-Serbia e sarebbero anche riusciti ad avere copia delle dichiarazioni rese in galera da Cirfeta - sarebbe stata niente meno che il pm del pool di Milano Ilda Boccassini.
Circa questi presunti accordi tra i tre collaboratori di giustizia, stessa versione dei fatti diede il siculo Giuseppe (Pino) Chiofalo, ex boss di Terme Vigliatore.
Gli inquirenti cercano riscontri alla versione Cirfeta-Chiofalo e scoprono che il siciliano e l'onorevole Dell'Utri si sarebbero incontrati quattro volte e ci sarebbe anche una foto che li ritrae assieme (scattata da agenti della Dia il 31 dicembre 1998). Gli investigatori, inoltre, producono una serie di intercettazioni telefoniche tra il rappresentante di Forza Italia, Chiofalo e il pugliese.
Così Marcello Dell'Utri finisce sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa e, inoltre, per calunnia aggravata con i due ex pentiti (ma la posizione di Chiofalo venne stralciata). Per la Procura di Palermo, le loro accuse contro Francesco Di Carlo, Giuseppe Guglielmini e Francesco Onorato (tra i più importanti collaboratori di giustizia che accusavano Dell'Utri) erano infondate e inventate ad arte per screditarli.
Qualche tempo fa Cirfeta tornò agli onori della cronaca grazie al settimanale «Panorama» che pubblicò stralci di una lettera della dottoressa della prigione di Busto Arsizio. La dottoressa segnalava le precarie condizioni di salute del galeotto pugliese anche a causa dello sciopero della fame e della sete che aveva iniziato, tra l'altro, per protesta col regime carcerario cui era sottoposto.
Secondo una prima ricostruzione, venerdì, al ritorno dall'ora d'aria, il salentino avrebbe chiesto ad un agente un fornelletto per potersi fare un caffè. Rimasto solo avrebbe inalato il il gas togliendosi la vita.
Per far chiarezza il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria avvierà un'indagine.
Marisa Ingrosso

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