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Sabato 23 Settembre 2017 | 02:19

«Barese, innocente, marcisce in cella in Brasile»

Giuseppe Ammirabile (41 anni, di Mola di Bari) venne arrestato 4 mesi fa perché considerato essere un affiliato alla Sacra corona unita. La moglie però sostiene che è innocente e fa un appello al ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, affinchè si occupi personalmente del caso
BARI - Un barese «incensurato» in carcere in Brasile da quattro mesi, assieme ad altri cinque italiani, perchè accusato «erroneamente» di essere un affiliato alla Sacra corona unita (Scu), la potente mafia salentina; il giudice accusatore «sordo alle richieste dei difensori» che non lo rimette in libertà «anche se i termini di custodia cautelare sono scaduti».
«Dobbiamo aspettare che arrivino notizie irreversibili, che qualcuno muoia a causa delle condizioni inumane in cui i sei italiani si trovano in carcere per fare in modo che al caso di interessino le autorità competenti?», si chiede Giuliana Giovene, di 35 anni, moglie di Giuseppe Ammirabile, che lancia un appello al ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, affinchè si occupi personalmente del caso.
Ammirabile, di 41 anni, di Mola di Bari (Bari), assieme ad altri cinque italiani, è stato arrestato nel novembre 2005 a Natal (Brasile) con l'accusa, contestata a vario titolo, di traffico internazionale di donne, riciclaggio di danaro e prostituzione, e rinchiuso in un carcere di massima sicurezza perchè - spiega la moglie - «indicato erroneamente dagli investigatori italiani come facente parte di un'organizzazione malavitosa legata alla Scu».
Tutto comincia - spiega Giovene - «un anno fa quando mio marito si è trasferito a Natal per lavoro». Lì Ammirabile e i suoi soci rilevano il night club Ilha da fantasia, «che esisteva già da cinque anni». Tutto fila liscio fino al 2 novembre scorso quando Ammirabile, assieme ad altri cinque italiani, viene arrestato «con l'accusa principale di essere un mafioso». «Sono passati quattro mesi - continua la donna - e lui e gli altri cinque sono ancora lì, in attesa di un processo che non si sa quando inizierà. I termini di custodia cautelare sono scaduti, eppure queste persone sono ancora detenute. Ho fornito alle autorità competenti tutti i documenti personali di questi sei italiani attraversi i quali è provato che non hanno mai fatto parte e non fanno parte di alcuna associazione mafiosa».
«Ma - continua - nulla è successo, loro sono sempre in carcere, in condizione disumane. Vivono all'inferno. Ma perchè tutto questo, solo perchè sono italiani? Le autorità italiane sanno bene che l'operazione fatta dalla polizia brasiliana era finalizzata a bloccarli commercialmente. Sono colpevoli di essere imprenditori all'estero!». Giovene spiega di essere un po' delusa per l'inerzia delle autorità italiane. «Ho contattato la Farnesina - spiega - già all'inizio di dicembre e mi è stato consigliato di contattare il Consolato d'Italia a Recife; questi mi ha consigliato di contattare l'Ambasciata italiana a Brasilia che, a sua volta, mi ha consigliato di contattare la Farnesina. Intanto il tempo passa e l'unica speranza che ho e che la burocrazia faccia il suo corso».
«Passano le ore, i giorni, i mesi - sottolinea - e non succede nulla. Mi chiedo: E' normale passare mesi in carcere ingiustamente, trattati come bestie? A quanto pare sì. Per quanto riguarda noi mogli (ma ci sono anche figli e genitori) di questi sei italiani, non c'è un minuto di queste interminabili giornate in cui non pensiamo a loro che vivono in condizioni orribili. Sono reclusi in 12 o in 15 in celle piccolissime e maleodoranti, con mosche e insetti che mangiano la loro pelle. Tutto a temperature mai inferiori ai 40 gradi. Non hanno letti, dormono per terra. Per non parlare dei cibi somministrati che sono indescrivibili e di quei tre miseri litri di acqua che vengono loro forniti ogni settimana».
«Dove è - si chiede la donna - il rispetto dei diritti umani? Noi, caro ministro Fini, rivogliamo i nostri cari, glielo chiediamo per favore. Non aspettiamo che arrivino notizie irreversibili, non deve per forza morire qualcuno per fare in modo che le autorità competenti si interessino a questo caso. La prego, non ci faccia sentire più così soli».

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