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Martedì 26 Settembre 2017 | 05:33

«La Tuninter poteva volare in Italia?»

Un'istanza alla Procura per accertare se la compagnia possedeva tutte le certificazioni, presentata dagli avvocati di uno dei superstiti del volo Bari-Djerba
BARI - Un' istanza alla procura della Repubblica nella quale è chiesta l'acquisizione delle certificazioni possedute dalla compagnia Tuninter è stata presentata dagli avvocati Nicola Persico e Davide Romano nell'ambito dell'inchiesta sull'ammaraggio dell'Atr 72 in volo da Bari a Djerba avvenuto il 6 agosto scorso, con un bilancio di 16 morti e 23 feriti. La richiesta - spiegano i legali - ha lo scopo di accertare se la compagnia, partecipata da Tunisair, «poteva volare in Italia» ove sprovvista della certificazione di sistema part 145.
I legali assistono uno dei superstiti, i familiari di una delle vittime, il sindacato assistenti di volo Anpav e la Uil trasporti piloti.
Da una perizia svolta dai loro consulenti tecnici Radini e Floridia, è emerso che la part 145 avrebbe dovuto essere già posseduta dalla Tuninter per poter operare in Italia. «Alcuni passaggi - dichiarano gli avvocati - devono essere chiariti, in quanto, per quanto a nostra conoscenza, tale certificazione deve essere obbligatoriamente posseduta da tutte le compagnie appartenenti alla Ue. I vettori di paesi extra Ue, invece, possono volare solo attraverso accordi bilaterali o previa valutazione e accreditamento dell'ente locale, che per la Tunisia è l'Oaca (equivalente del nostro Enac)». «Va aggiunto che la Tunisia - insistono Persico e Romano - risulta essere tra i paesi che hanno aderito alla convenzione Icao, e quindi ne avrebbe dovuto rispettare le prescrizioni. A complicare ulteriormente le cose, va considerato che la stessa Tunisair non è risultata essere qualificata per le attività manutentive sugli Atr. Non è comprensibile con chiarezza come possa la Tuninter aver ottenuto le autorizzazioni a volare in Italia, ove risultasse essere stata sprovvista, al momento dell'incidente, di detta certificazione».
I legali auspicano quindi che «l'Enac fornisca informazioni chiare ed esaustive in merito a questa situazione». «L'argomento, del resto - aggiungono - riveste certamente interesse pubblico e diffuso. In assenza di forzature, ne risulterebbe che il sistema consente disparità tra compagnie che volano nei cieli Ue, obbligando alcune a possedere determinate certificazioni a garanzia degli standard di sicurezza, e consentendo ad altre, per un sistema farraginoso, di poter operare nei nostri cieli pur essendone sprovviste. Questo quadro, comunque, spiega perchè l'Enac, in una nota diffusa a dicembre, aveva dichiarato la possibilità della revisione delle capacità di controllo della Autorità tunisina, a seguito degli accertamenti in loco, e la contestuale disponibilità del nostro ente a fare addestramento agli ispettori. «Non sono comprensibili - concludono Persico e Romano - le ragioni per le quali questo compito debba spettare all'Italia, e resta forte la sensazione che si stia chiudendo il cancello dopo che sono scappati i buoi».

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