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Sabato 23 Settembre 2017 | 22:14

Chiesta l'assoluzione per Giovanni Potenza

E' accusato d'aver ucciso Giusy Potenza, la figlia 15enne del cugino. La ragazzina fu trovata morta il 13 novembre del 2004 a Manfredonia in una zona isolata, aveva il cranio fracassato da una pietra. Il pm Vincenzo Maria Bafundi aveva chiesto per lui la condanna a 30 anni di reclusione
FOGGIA - Assoluzione in prima battuta per non aver commesso il fatto o, in seconda battuta, per insufficienza di prove o, qualora la richiesta non fosse accolta, una pena minima. Sono state queste le richieste dell'avvopcato Sandro Mondelli, uno dei due difensori di Giovanni Potenza, imputato per l'omicidio di Giusy, la figlia 15enne del cugino, trovata morta il 13 novembre del 2004 a Manfredonia in una zona isolata nei pressi dello stabilimento ex-Enichem, nel corso della seconda udienza davanti al giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Foggia Lucia Navazio, che ha deciso di riaggiornare l'udienza al prossimo 3 aprile. Il pm Vincenzo Maria Bafundi nella prima udienza del 26 gennaio scorso aveva chiesto, invece, la condanna a 30 anni di reclusione.
«Occorre escludere l'aggravante della crudeltà», spiega Mondelli. Inoltre, secondo il legale, bisogna applicare le attenuanti generiche, vista la collaborazione offerta alle indagini, e la parziale incapacità di intendere in quel momento da parte dell'imputato. Inoltre Potenza era incensurato. «In Corte di Assise a Foggia - aggiunge Mondelli - in alcuni casi sono state comminate pene anche di 18 anni e 6 mesi di reclusione, per omicidi commessi per motivi abietti. Non si può dire, come ha fatto il pm, che è un bravo ragazzo e ha collaborato fornendo una ricostruzione che per noi si tiene in tutti i suoi elementi e poi chiedere 30 anni. Non è giustizia questa, è vendetta privata». Mondelli aggiunge che «per noi è maturo il momento della sentenza. Non vedo cosa ci sia ancora da cincischiare».
Secondo la tesi dei difensori, la ragazzina, che aveva una relazione clandestina con il pescatore, sarebbe morta per il grave shock emorragico provocato dalla violenta caduta dalla scogliera, dovuta all'oscurità. Giusy, precipitata da un'altezza di 5-6 metri, avrebbe urtato violentemente il capo contro gli scogli. Le altre ferite sul corpo se le sarebbe procurate, a causa delle rocce affioranti e spigolose, mentre l'uomo la riportava sopra. Giovanni Potenza raccontò che la ragazzina era malconcia ma ancora viva e che, una volta sopra, avrebbe minacciato nuovamente di raccontare ai parenti la loro relazione che lui invece era intenzionato a troncare.
A questo punto il racconto dell'uomo, sia nel primo interrogatorio dopo l'arresto e la confessione qualche giorno prima del Natale 2004, sia in sede di convalida del fermo si è fatto più confuso. Potenza ammise di aver scagliato un paio di volte una pietra contro la ragazzina ma disse anche di non essere stato sicuro di averla colpita. Secondo una perizia presentata dalla difesa, che si è avvalsa della consulenza di parte di un medico legale, il dottor De Corato e di uno psichiatra, il dottor Bertolino, dal momento della caduta di Giusy, Giovanni Potenza avrebbe agito «come un'automa, in uno stato di corto circuito mentale e secondo stimoli e ordini istintivi».

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