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Sabato 23 Settembre 2017 | 09:38

Chiesti 30 anni per l'assassinio di Giusy

Nell'ambito del processo a Giovanni Potenza, unico imputato (e reo confesso) per l'omicidio - avvenuto a Manfredonia (Foggia) - della 15enne figlia di suo cugino
FOGGIA - E' di 30 anni di reclusione la richiesta avanzata oggi dal pubblico ministero della Procura della Repubblica di Foggia, Vincenzo Maria Bafundi, per Giovanni Potenza, unico imputato per l'omicidio di Giusy, la figlia 15enne di suo cugino uccisa il 12 novembre del 2004 nei pressi dell'ex stabilimento Enichem di Manfredonia.
Oggi si è tenuta l'udienza preliminare davati al giudice Lucia Navazio. La richiesta di 30 anni, invece dell'ergastolo, è stata motivata con il rito abbreviato chiesto dalla difesa dell'imputato, rappresentata dagli avvocati Sandro Mondelli e Raffaele Disabato. Nel corso dell'udienza è intervenuto preliminarmente anche l'imputato, pescatore di 29 anni, sposato e con due figli, che confessò l'omicidio dopo un mese e mezzo.
I due, secondo quanto l'uomo raccontò all'epoca agli investigatori, erano legati da una relazione sentimentale che Potenza avrebbe voluto troncare. L'imputato ha ammesso le sue responsabilità e ha chiesto perdono nuovamente ai familiari della ragazza presenti in aula, il padre Carlo e la sorella della vittima Michela.

LEGALI DI PARTE CIVILE CHIEDONO INCIDENTE PROBATORIO SUL LUOGO DELL'OMICIDIO
«Mi ucciderei se ciò potesse servire», ha detto Giovanni Potenza all'inizio dell'udienza svoltasi a porte chiuse. L'uomo ha sempre detto che durante quell'ultimo incontro clandestino, tra lui e Giusy sarebbe scoppiata una discussione scatenata dalla decisione dell'imputato di mettere fine alla relazione e dalla minaccia di Giusy di rivelare tutto alla moglie e ai parenti. Durante la lite, Giusy sarebbe uscita dall'automobile, nella quale quella sera avrebbero consumato un rapporto sessuale, e sarebbe caduta dalla scogliera (circa 5 metri di altezza) a causa dell'oscurità. L'uomo l'avrebbe sollevata ma, sentendo ripetere le minacce di Giusy, l'avrebbe colpita con una grossa pietra alla testa. Indipendentemente dal fatto che Giusy sia precipitata dalla scogliera o che sia stato lui a farla cadere, Potenza ha detto di «essere stato l'unico responsabile di avere messo Giusy in quella situazione».
I legali di parte civile Innocenza Starace (per il padre della vittima Carlo Potenza) e Giovanni Starace (per la sorella Michela) hanno ribadito di non credere alla versione dell'imputato, che presenterebbe numerose contraddizioni, e hanno gettato ombre sull'operato degli inquirenti. L'omicidio sarebbe avvenuto in una zona diversa da quello del ritrovamento del corpo. Secondo un esperto, professore di mineralogia dell'Università di Bari, citato dalla parte civile, la sabbia ritrovata sul corpo della ragazza non sarebbe di quella zona ma tipica di un'area più a sud, verso Siponto.
Inoltre, secondo i legali, ci sarebbe stata violenza sessuale e sequestro di persona ai danni di Giusy. L'avvocato Innocenza Starace ha chiesto una perizia psichiatrica su Giovanni Potenza e lo svolgimento dell'incidente probatorio sul luogo dell'omicidio alla presenza dell'imputato. Infine hanno ipotizzato la presenza di una terza persona.
Di fronte alle richieste di perdono dell'imputato i parenti di Giusy, il padre Carlo e la sorella Michela, non hanno fatto una piega ma ai giornalisti presenti fuori dall'aula hanno detto che a loro «interessa sapere la verità, non quanti anni di reclusione saranno assegnati all'imputato». La parte civile è intenzionata a portare avanti il processo per far emergere le contraddizioni dell'imputato e quindi la verità.
Nel suo intervento, l'imputato ha detto di aver scagliato la pietra contro Giusy, dopo averla sollevata dalla scogliera.

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