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Giovedì 21 Settembre 2017 | 18:07

Donna sana operata di tumore, chiesto giudizio per medico barese

Con l'accusa di lesioni gravi e falsità materiale la Procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio dell'anatomo-patologo Francesco Facilone, barese di 56 anni, all'epoca dei fatti convenzionato con l'Ospedale San Paolo di Bari
BARI - Con l'accusa di lesioni gravi e falsità materiale la Procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio dell'anatomo-patologo Francesco Facilone, barese di 56 anni, all'epoca dei fatti convenzionato con l'Ospedale San Paolo di Bari.
Facilone - secondo l'accusa - interpretando erroneamente un esame citologico (per neoplasia al seno) e la successiva lettura del referto dell'esame istologico che lui consigliò alla donna, diagnosticò alla paziente un "carcinoma duttale infiltrante" (tumore maligno) alla mammella sinistra confondendolo con il "fibroadenoma giovanile" (patologia benigna e innocua) effettivamente portato dalla paziente. A causa di questa diagnosi - che l'accusa ritiene errata - consigliò alla paziente di sottoporsi ad un intervento chirurgico ablativo, dagli effetti demolitivi, consistito nella "lobectomia" della mammella (asportazione di un quadrante mammario) e nella "linfadenectomia ascellare sinistra" (dissezione di tutti i linfonodi ascellari omolaterali). Inoltre, sempre secondo il pm inquirente Angela Morea, che ha chiesto il rinvio a giudizio, consigliò alla paziente una serie di trattamenti antitumorali, ormonali e radianti provocandole lesioni guaribili in tre mesi (riduzione del volume della mammella, deficit della funzionalità motoria dell'arto superiore sinistro, e menopausa indotta).
Dopo aver ricevuto la prescrizione della terapia antitumorale, la paziente fu ricoverata per le cure nell'ospedale di San Giovanni Rotondo (Foggia). Insospettiti dal caso, i sanitari del nosocomio foggiano chiesero a Facilone di ottenere il campione del "carcinoma" diagnosticato alla donna. A questo punto - secondo l'accusa - Facilone inviò ai colleghi un "blocchetto di inclusione" in paraffina di un tumore maligno allo scopo di farlo apparire come appartenente alla paziente che aveva visitato. Gli accertamenti compiuti, tra cui l'esame del Dna - ritiene di aver accertato l'accusa - hanno rivelato che il campione di tessuto inviato era estraneo alla donna ed addirittura differente dal carcinoma "duttale infiltrante" che lo stesso medico aveva erroneamente diagnosticato alla paziente.
I fatti contestati fanno riferimento al periodo compreso tra maggio e novembre 2002.

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