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Giovedì 21 Settembre 2017 | 01:54

«Capre» o «vitelli», esseri umani come animali

La Polizia ha sgominato una rete internazionale che trafficava in immigrati clandestini, lucrando sulla disperazione. Una rete che negli ultimi anni ha gestito il traffico di esseri umani su tutto il versante adriatico. La Puglia come regione di snodo
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ROMA - Il monopolio per tre anni dell'immigrazione clandestina in Adriatico, oltre 5mila disperati trasportati in Europa in condizioni inumane e chiamati «capre» o «vitelli» a seconda dell'umore dei trafficanti, un giro d'affari di milioni di euro che gli investigatori stanno ancora cercando di rintracciare e che, ma al momento è solo un'ipotesi, potrebbero esser finiti anche nelle casse delle organizzazioni terroristiche internazionali.
Era una vera e propria rete, con tanto di cellule operative in Europa e medio oriente, quella sgominata oggi dalla polizia italiana in collaborazione con le autorità francesi ed inglesi. Una rete che negli ultimi anni ha gestito il traffico di esseri umani su tutto il versante adriatico e che tra l'altro, era composta solo da curdo-iracheni che si muovevano in diversi paesi dell'Ue senza l'appoggio e il lasciapassare della criminalità locale. Una prova di forza che, associata ai metodi mafiosi utilizzati in maniera costante dai membri, testimonia la compattezza e la capacità operativa che aveva l'organizzazione.

La fase finale dell'operazione - denominata 'Tazir', cioè immigrazione in arabo - è scattata nella notte con l'arresto di una novantina di persone. Nei confronti di 34 di queste, i magistrati hanno ipotizzato il 416 bis, l'associazione mafiosa.
Centinaia di poliziotti hanno effettuato fermi e perquisizioni in Italia, in Francia e in Inghilterra. E proprio oltremanica è finito in manette il cassiere dell'organizzazione: aveva in casa circa 500mila dollari. A Roma gli investigatori hanno invece arrestato il cervello della banda, il curdo iracheno Ali Ako, detto Arsalan. Era lui che dalla capitale organizzava le strategie operative e teneva i fili dell' organizzazione, in stretto contatto con le cellule sparse in Europa.
Per arrivare agli arresti di oggi, però, gli investigatori del Servizio centrale operativo (Sco) della Direzione Anticrimine Centrale (Dac) e delle squadre mobili di Roma, Trento e Brindisi, coordinati dalla Direzione nazionale antimafia, hanno lavorato 3 anni, intercettando migliaia di telefonate, identificando centinaia di persone e ricostruendo i flussi finanziari dell'organizzazione. Diversi inoltre gli incontri con i colleghi della Ocriest francese - l'ente che si occupa di immigrazione clandestina - e del National crime intelligence service (Ncis) inglese proprio per mettere a punto strategie comuni e confrontare le informazioni.

Dalle indagini è emerso che il viaggio dei disperati iniziava in Grecia. In una prima fase gli immigrati raggiungevano l'Italia con imbarcazioni fatiscenti e sbarcavano in Puglia e Calabria. In un secondo momento, invece, i trafficanti di uomini hanno utilizzato i traghetti di linea, imbarcando tir dotati di doppio fondo che sbarcavano nei porti dell'Adriatico, da Venezia a Bari, da Ancona a Brindisi. Da qui venivano indirizzati a Roma e poi smistati, via Ventimiglia, in Francia, Inghilterra e negli altri paesi europei. Cinquemila tra uomini, donne e bambini hanno viaggiato in condizioni inumane e in alcuni casi ci hanno anche rimesso la vita: nel luglio del 2002 in un tir proveniente dalla Grecia e sbarcato a Brindisi sono stati trovati quattro curdi. Due di loro erano morti per asfissia durante il viaggio. Le tariffe applicate dall'organizzazione variavano a seconda della destinazione finale: si andava da un mimino di 7.500 dollari ad un massimo di 15mila se, oltre al viaggio era necessario procurare anche documenti falsi.

E proprio i proventi di questo enorme traffico sono al centro delle indagini ancora in corso: bisognerà infatti capire che fine hanno fatto i milioni di euro polverizzati attraverso i money transfert nei paesi del medio oriente. Al momento è solo un'ipotesi investigativa, ma non è escluso che il denaro possa esser finito nelle tasche dei terroristi. «E' un'ipotesi - ha confermato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso - anche se al momento non sono emersi aspetti che possano interessare l'ambito del fondamentalismo islamico. Sul punto proseguiranno gli scrupolosi accertamenti degli investigatori». Grasso si è poi detto soddisfatto sia del fatto che «fino ad oggi il reato di associazione mafiosa non era uscito dai confini nazionali ed invece ora è stato applicato ad una organizzazione transnazionale» sia della collaborazione tra le diverse polizie europee. Un concetto su cui si è soffermato anche il capo della Direziona Anticrimine Centrale, prefetto Nicola Cavaliere. «E' stata un'indagine complicata e difficile - ha sottolineato - condotta in maniera esemplare soprattutto sotto il profilo della cooperazione tra le polizie di Francia Inghilterra e Italia. Il coordinamento è stata la carta vincente, che ci ha aiutato a risolvere molte delle difficoltà incontrare».

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