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Sabato 23 Settembre 2017 | 07:49

Bari - Donne di Pace armate di speranza

Cinque donne irachene in Puglia, ospiti dell'Istituto agronomico mediterraneo: «Sotto il regime di Saddam eravamo come cieche, ora dobbiamo imparare»
Donne irachene in Puglia BARI - Ci sono uomini armati in Iraq che fanno la guerra, c'è un piccolo gruppo di donne irachene, disarmate, arrivate a Bari per imparare a costruire la Pace. Anzi, forse anche loro sono armate, portano con se la speranza, l'arma più potente per costruire il futuro.
Nidhal Fadhil Akhayet è un'agronoma, Wajeda Saad Bnayan è un medico oculista, Narjis Hameed è un ingegnere civile, Sousi Bakrat Nahabetian si occupa di cooperazione, Juliana Dawood Yousif è una giornalista, tutte e cinque sono in Italia grazie ad una task force del ministero degli Affari Esteri italiano, ospiti presso l'Istituto agronomico mediterraneo di Valenzano (Ba), che finanzia il progetto ed il loro soggiorno, e stanno seguendo un corso di formazione di due settimane per imparare a stendere un piano operativo d'impresa, che possa permettere loro in Iraq di accedere a finanziamenti per progetti d'azione concreti. Non solo lezioni in aula, ma visite per la Puglia e alcune strutture strategiche: il 5 dicembre saranno ospiti anche presso «La Gazzetta del Mezzogiorno».

«Stiamo insegnando loro a pescare - ha sottolineato il direttore dello Iam, Cosimo Lacirignola, durante la presentazione del corso - sarebbe più facile dar loro del pesce, ma non è questo lo spirito della cooperazione, non facciamo elemosina». Le cinque donne invece saranno messe nella condizione di camminare sulle loro gambe e di idee ne hanno tante.
Quando si inizia la chiacchierata il clima è molto ridanciano, non sono giovanissime, ma lo spirito è fresco ed allegro, al momento della foto di gruppo chiedono se sarà pubblicata e la battuta è piuttosto classica: «Speriamo non con il 'wanted' scritto in basso».
A rompere il ghiaccio è Juliana, sarà che tra giornaliste la chiacchiera viene più facile, ma basta poco, poi ad ogni domanda è quasi un coro, ognuna sa già cosa vuole per se ed il proprio paese: il medico vuole portare avanti un progetto di struttura sanitaria, la collega giornalista vuole avviare un giornale, l'agronoma vuole specializzarsi nelle nuove tecniche agricole, per portarle in Iraq. Vengono tutte dal sud dell'Iraq, dalle città di Nassirja e Bassora.
«La cosa più importante per l'Iraq è imparare - spiegano - sino ad ora il nostro paese è vissuto in isolamento. Il regime di Saddam aveva come costruito un muro intorno a noi, non sapevamo nulla di quello che accadeva fuori dall'Iraq, ora vogliamo saltare questo muro. Dobbiamo colmare il divario tecnologico che ci divide dal resto del mondo, ecco perché è così importante vedere, viaggiare, formarci».
Nidhal, Wajeda e Narjis sembrano le più decise, ma in tutte brilla una luce di sicurezza negli occhi. «Eravamo come ciechi, mentre oggi attraverso la televisione ci siamo resi conto di quanto siamo rimasti indietro rispetto al resto del mondo. Ora che siamo tornati a vedere abbiamo voglia di riprenderci il nostro futuro».

Cinque magnifiche donne alla riscossa, pronte a conquistare il mondo, che rompono lo stereotipo della donna musulmana succube, come la concezione occidentale la dipinge. Quando si chiede «ma la vostra famiglia, i figli, i mariti, come hanno accettato la vostra lontananza?» ridono di gusto. «Abbiamo bravi mariti - è la risposta - credono nella libertà della donna di autodeterminarsi, badano ai bambini, anzi in parte ci hanno spinti loro a venire qui e questo viaggio non è il primo».
«In Iraq le donne possono contare su una famiglia allargata che si occupa dei bambini e di baby sitter a basso costo - spiega Ghania Al-Nakadi l'interprete di arabo che accompagna il gruppo - Wajeda è stata all'estero due anni per conseguire la sua specializzazione, nonostante figlia e marito».
«La donna irachena è molto più libera di quello che si può credere» sottolinea Sousi e a vederle lì tutte insieme sorridenti, c'è da crederle. Quando parlano in arabo per raccontarsi è come musica, sentir cinguettare gli usignoli. Sono piene di speranze per il futuro, anche se la loro realtà quotidiana è difficile, sperano molto nella stabilità politica raggiunta come buona base di partenza.
«Ora l'importante è far arrivare la scuola e la formazione ovunque nel paese - spiegano - coinvolgendo anche le regioni che ancora non hanno assaporato la modernità. C'è da ricostruire un paese e per riuscirci dobbiamo imparare da chi è più avanti di noi».
Tacciano le armi, il futuro dell'Iraq ora si costruisce nella Pace a cominciare da Nidhal, Wajeda, Narjis, Sousi e Juliana.

Rita Schena

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