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Giovedì 21 Settembre 2017 | 14:29

«Uso la poesia per ironizzare sul potere»

E' la ricetta del Niki Vendola poeta, per il governatore e uomo politico che con la gestione del potere deve fare i conti. Il presidente della Puglia a UmbriaLibri
PERUGIA - La poesia come aiuto a «maneggiare con ironia e distanza i segni del potere». E' la ricetta del Niki Vendola poeta per il governatore e uomo politico che con la gestione del potere deve fare i conti.
Il presidente della Regione Puglia, esponente di Rifondazione comunista, tre legislature da deputato alle spalle e altri incarichi di partito e istituzionali, si è presentato a Perugia nella insolita, almeno per chi non lo conosce bene, veste di scrittore di versi. Vendola ha partecipato ad una delle manifestazioni di UmbriaLibri, che termina domani e che ha concesso uno spazio significativo ai poeti.
Solo un fugace cenno al «paradosso di chi ha denunciato l'oscenità del potere per poi precipitarvi dentro», e invece molto spazio alla storia del poeta e alle storie che ha raccontato, ai temi che gli sono cari, nei quali la ricerca dell'assoluto non prescinde dalla fede del politico e dall'educazione spirituale del cattolico.
Davanti ad un pubblico foltissimo che riempiva la più bella sala del palazzo del Consiglio regionale dell'Umbria, Vendola ha parlato del suo ultimo libro, uscito due anni fa, in cui ha dato forma e ordine all'esigenza di raccogliere i suoi versi, frutto di una lunga pratica che cominciò, con la prima raccolta, addirittura nel 1983. «Dovevo mettere insieme, violentandole - ha detto - le carte poetiche di tutta una vita». Ha parlato così delle primissime influenze, una certa poesia in lingua spagnola, da Garcia Lorca a Pablo Neruda, ma anche il Novecento di Sandro Penna, Pier Paolo Pasolini e Dario Bellezza ed il rifiuto «più che del Carducci, di una scuola carducciana». Ha isolato dal racconto, per sottolinearli e spiegarli, i temi che ricorrono nei diversi periodi della sua scrittura: l'attesa, la debolezza, la sconfitta. Per esempio, la debolezza dell'handicap, che però nasconde in sè la straordinaria forza di «una società un po' più lenta, ariosa, capace di guardare, di ascoltare oltre i limiti sensoriali propri della disabilità».
Ha raccontato infine degli ultimi anni, quando sembrava di sentire «un profumo di salsedine sulle narici». E' il tempo «in cui in forma inedita e impensata rinasce qualcosa», che per Vendola è il nuovo movimento di Porto Alegre e Davos, ma è anche il tempo di Genova del G8 e del «lamento» in morte di Carlo Giuliani. Una ferita aperta su cui Vendola ha distillato molti versi e altrettanti pensieri. Ha letto parte di quei versi ricordando di non aver potuto scrivere un articolo su quel giorno, richiesto da Fausto Bertinotti per Liberazione, ma in queste situazioni è la poesia che parla meglio di qualsiasi altra forma di scrittura del dolore e dell'angoscia. «Anche perchè - ha detto Vendola - la generazione di Genova per quelli della mia età è la generazione dei figli, ed il lamento è per la perdita di un figlio». Ma pure in questo incompiuto capitolo che è la vicenda Genova, oggi la parola è stata quella del Vendola poeta, più che del politico, ed allora si capisce che è stato sincero il suo ringraziamento a Umbria Libri per avergli dato per un giorno «la possibilità di fuggire dal dolore del potere».

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