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Venerdì 19 Gennaio 2018 | 08:41

Cc e vigili del fuoco salvano cane da morte crudele

Qualcuno aveva legato le zampe dell'animale, le aveva appesantite con una pietra e l'aveva gettato in un pozzo. Ora Argo, così è stato ribattezzato, è in un canile in attesa di... padroni migliori
AVETRANA (TARANTO) - E' stato ribattezzato dai Carabinieri della locale Stazione con lo stesso nome di quello del fedele compagno di Ulisse, il cagnolino di razza meticcia che è stato salvato da sicuro annegamento. Argo è stato oggi il protagonista di un ennesimo atto di crudeltà e di gratuito sadismo, che non è riuscito proprio per il pronto intervento dei militi.
Nella mattinata alcuni contadini del luogo hanno notato divelto il coperchio del pozzo nel proprio orto, da cui provenivano lamenti. Una pattuglia del 112, alle dipendenze della Compagnia di Manduria, è intervenuta immediatamente ed ha accertato che chi si lamentava era uno spaventato cane che annaspava nelle acque. E' stato necessario anche l'intervento dei Vigili del Fuoco della cittadina messapica per poter trarre la sfortunata bestiola in salvo. Argo, dopo essere stato portato in salvo, mostrava, tra lo stupore e lo sbigottimento di tutti, le zampine posteriori legate con una fune che finiva con un cappio, utile a sostenere una pietra per favorire il lento suo annegamento.
La scelleratezza di qualcuno, questa volta, non ha causato gli effetti voluti perché Argo, dopo essere stato rassicurato e rifocillato, scodinzola ora al sicuro nel canile di Manduria, in attesa di trovare un padrone migliore.
La riconoscenza mostrata dal meticcio ai suoi salvatori, oltre che gratificarli, non ha mitigato lo sdegno dei militari, poiché sono state avviate immediate indagini per identificare l'autore di tanta malvagità.
«Il nostro impegno quotidiano - com'è stato amaramente commentato dai Carabinieri - ci porta a contatto diretto di tanti episodi. Questo, pur se protagonista è stato uno dei tanti randagi, ci ha particolarmente colpito per il sistema con cui si è inteso far morire il cagnolino».
Paolo Lerario
lerariop@libero.it

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