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Sabato 20 Gennaio 2018 | 04:13

Avvocato barese colpevole, ma in segreto

In nome della privacy, è riuscito a far "blindare" il suo nome sulla pubblicazione della sentenza della Corte di Cassazione, che lo ha confermato però reo di appropriazione indebita aggravata. Era stato condannato in primo grado dal Tribunale di Trani ed in secondo dalla Corte d'appello di Bari
ROMA - Una spennellata di bianchetto sul nome dell'imputato che, diventato signor X, ha chiesto di eliminare qualsiasi riferimento ai dati che lo identificano dalla sentenza che lo riguarda. Con una richiesta ritenuta legittima dal giudice. La privacy "sbarca" in Cassazione e cancella nomi e cognomi dalle pronunce di assoluzione, ma anche da quelle di condanna. Così, a distanza di quasi dieci anni dall'approvazione della legge sulla protezione dei dati personali, per la prima volta la Suprema Corte si pronuncia sul ricorso proposto da... (omissis).
Lo fa in base al codice in materia di protezione dei dati personali approvato nel 2003, che, fra l'altro, prevede la possibilità degli interessati di ottenere «per motivi legittimi», prima che sia definito il giudizio, l'eliminazione delle indicazioni delle generalità e di altri dati identificativi, nel caso in cui la sentenza o il provvedimento che li riguarda venga riprodotto in qualsiasi forma «per finalità di informazione giuridica» su riviste di settore, supporti elettronici o reti di comunicazione elettronica. Al di là quindi delle esigenze strettamente di giustizia.
Due le sentenze depositate senza nome. Tutt'e due di competenza della seconda sezione penale di Palazzaccio che, nelle pronunce 18993 e 19451, sulla prima pagina appone un timbro: «In caso di diffusione omettere le generalità e gli altri dati identificativi» come disposto con decreto, a norma dell'articolo 52 decreto legislativo 30 giugno 2003 numero 196.
Nel primo caso la richiesta è stata avanzata da un avvocato condannato in appello a un anno di reclusione, 500 euro di multa con l'interdizione di due anni dalla professione per appropriazione indebita continuata ed aggravata. Secondo i giudici di secondo grado di Bari era colpevole di aver incassato del denaro non suo, usando il ruolo di procuratore speciale, nominato da un lavoratore, A.V., che, a causa di un incidente, aveva ottenuto il diritto ad un indennizzo.
I giudici di Palazzaccio, su richiesta dell'imputato e del suo difensore, hanno esaminato il ricorso presentato contro la decisione di secondo grado. Lo hanno rigettato e nella loro pronuncia hanno cancellato il nome del ricorrente tutte le volte che in sentenza era stato citato. Ecco come appare il testo: «(...) veniva tratto a giudizio davanti al tribunale di Trani...». E ancora: « Il (...) anche con motivi nuovi, e il suo difensore hanno proposto ricorso per Cassazione. Con il primo motivo il deduce che la somma complessiva...». E di nuovo: «Osserva il collegio che la doglianza è infondata in quanto il giudice di appello con corretta motivazione ha rilevato che il reato contestato al (...) si era consumato nel momento in cui questi, ottenuta la procura speciale, aveva cominciato ad incassare i ratei di canone da parte degli inquilini della citata società, versando i relativi assegni circolari su un conto corrente bancario a se stesso intestato...» Nessun nome, dunque, e, a maggior ragione, nessun cognome. L'altro caso in cui il diritto alla privacy è stato invocato ed ottenuto è un caso di usura in cui l'imputato è stato condannato in primo e secondo grado, con sentenza confermata dalla Cassazione che ha giudicato inammissibile il ricorso.

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