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Domenica 24 Settembre 2017 | 08:38

"Mangiagatti" a Canne della Battaglia

Nuova ipotesi degli esperti all'indomani del ritrovamento di un deposito di ossa di felini presso Barletta. Erano alimento e fornivano pellicce nel Medioevo
CANNE DELLA BATTAGLIA - «Nel XIII secolo, mentre i coevi consideravano i gatti creature diaboliche seviziandoli e crocifiggendoli, i nostri avi, con senso pratico degno di nota, se li mangiavano». È questa l'ipotesi formulata dagli scienziati, all'indomani del ritrovamento di un deposito di ossa di gatti, scheggiate da lame, nella cittadella di Canne della Battaglia (Barletta). La teoria, suffragata da approfonditi studi archeozoologici, storici e iconografici, è stata illustrata durante l'inaugurazione della mostra «I gatti sulla collina di Canne», allestita nell'Antiquarium dell'area archeologica con la collaborazione dell'Archeoclub di Barletta. «L'installazione - dice la direttrice del Museo, Marisa Corrente - parte dal ritrovamento, per ripercorrere la storia del piccolo felino nelle civiltà. È stata realizzata in occasione della Settimana della Cultura e, come è noto, l'iniziativa ministeriale quest'anno è stata ispirata al tema cibi e sapori. Noi, avendo fatto questa scoperta, unica in Italia, anziché dedicarci ai banchetti, abbiamo deciso di allestire questa mostra».
È un ingegnere col pallino per la Storia, Luigi Nunzio Dibenedetto, a introdurre gli astanti (tra gli altri, il vicesindaco di Barletta, Raffaele Fiore, e l'assessore comunale Pietro Doronzo) alla curiosa evoluzione dei rapporti tra gli esseri umani e il piccolo felino. «Sul gatto - spiega Dibenedetto - non c'è molto materiale critico. Per intenderci, sono oscure anche le origini: forse databili 50 milioni di anni fa. Di certo, c'è che le prime tracce storiche le troviamo all'indomani dell'addomesticamento che, pare, sia avvenuto in Egitto, verso il 3.000 a.C.». E quelli sì che erano tempi magnifici per i gatti: protetti («Ne era vietata anche l'esportazione», spiega Dibenedetto) e anche venerati («La dea Bastet ha sembianze di gatto»), fino al punto che «sono state ritrovate più mummie di gatto, che di uomini».
Le cose, col passar del tempo, sono andate sempre peggio. Fino al Medioevo che considera i gatti, e quelli neri in particolare, come l'incarnazione di Satana o, quantomeno, come creature al servizio dell'Angelo caduto. Numerose sono le prove storiche delle atrocità che i piccoli felini hanno dovuto patire: arsi vivi assieme alle «streghe», crocifissi sui portoni delle case di chi era in odor di eresia.
Fu proprio in quel periodo, a Canne della Battaglia, che un «avo», ricco di senso pratico e povero forse non soltanto di pregiudizi, decise che i gatti potevano «diventare» cibo e pelli. «La ricerca - dice Giovanni De Venuto, specializzando in archeozoologia all'Università di Lecce - ha evidenziato che si tratta di un gatto adulto, due semi-adulti e di uno che era poco più che un micio. Sono evidenti le tracce di macellazione e di scuoiamento. Una cosa strana giacché quella del commercio delle pellicce di gatto era una attività commerciale tipica dei Paesi del Nord Europa».
La visita alla mostra, termina davanti ad una grande teca di cristallo; vi sono le piccole vertebre e il cranio scheggiato dalla lama. L'immagine è talmente «forte» che anche il Soprintendente ai Beni archeologici di Puglia, Giuseppe Andreassi, prima di profondersi in mille, meritati, complimenti agli organizzatori per l'interessante iniziativa, s'è detto «molto emozionato ma anche un po' turbato».
mar. ing.

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