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Lunedì 25 Settembre 2017 | 08:22

No alla riforma Moratti

I ricercatori della Facoltà di Economia dell'Università di Bari riuniti in comitato hanno stilato un documento nel quale spiegano le incongruenze della nuova proposta di riforma universitaria • Il Forum della Gazzetta

Letizia

I ricercatori baresi della Facoltà di Economia dell'Università di Bari dcono no alla riforma Moratti. E' stato creato anche un documento nel quale si riportano le ragioni della protesta.
Dell'iniziativa parliamo con Giovanni Vannella , Ricercatore di Statistica economica e docente di Statistica aziendale.
Perchè la nascita di questo comitato?
«Un gruppo di ricercatori della Facoltà di Economia di Bari, composto da me e dai colleghi Nicolò Carnimeo, Gabriella Leone e Gianni Luchena, in seguito ai recenti confusi tentativi di riformare la docenza universitaria, e di conseguenza la ricerca scientifica, ha voluto promuovere l'iniziativa di costituire un comitato che permettesse ad un folta rappresentanza dei ricercatori (a tutt'oggi oltre i due terzi dei ricercatori di economia vi hanno aderito), di aprire un tavolo di confronto dal quale fare emergere in modo unitario le ragioni del nostro profondo disagio. Il comitato vuole ora aprirsi ad ulteriori adesioni, esperienze e soprattutto confrontare le proposte provenienti dai colleghi delle università pugliesi».
Perchè avete pubblicato questo documento?
«Il documento pubblicato rappresenta solo il nostro primo passo. Siamo convinti che risolvere un problema così complesso e che interessa non solo la comunità scientifica, ma anche tutti i cittadini, ovvero il progresso e il potenziamento della ricerca scientifica, significhi coinvolgere una vasta platea di ricercatori, aprirsi alla collettività, individuare nell attuale situazione i punti di debolezza e quelli di forza, esprimere proposte alternative e rendere le stesse attualmente concretizzabili attraverso il suggerimento, ad esempio, di emendamenti all'attuale disegno di legge delega. Il documento intende sensibilizzare la nostra classe politica perchè intervenga solecitamente.».
Quali sono le vostre proposte? 
Le prime proposte emerse concernono la necessità di potenziare la ricerca scientifica italiana, arginando la spaventosa fuga di cervelli e attraendo ricercatori stranieri attraverso: 1) maggiori finanziamenti per i fondi di ricerca scientifica, 2) riconoscimento della terza fascia della docenza universitaria per gli attuali ricercatori universitari attraverso modalità selettive agili e meritocratiche, 3) chiarezza sulle modalità attraverso cui si intende disciplinare lo status giuridico e la progressione di carriera della docenza universitaria 4) incremento del trattamento economico dei ricercatori, rendendolo competitivo con quelli europei.
(n.c.)

IL DOCUMENTO DEI RICERCATORI BARESI

Università
La riforma concernente lo stato giuridico dei docenti universitari e la ricerca scientifica, di cui tanto si discute in questi giorni, sembra cadere dall'alto. Essa non nasce, infatti, da un dibattito costruttivo degli addetti ai lavori; sembra piuttosto figlia di un desiderio di riformare ad ogni costo, con la presunzione di conoscere la formula magica per rilanciare le Università ed evitare la cd. fuga dei cervelli . Il problema è molto complesso e, pertanto, non può essere affrontato in maniera semplicistica e senza ascoltare le ragioni di chi nell' Università lavora con silenziosa abnegazione.
Chi scrive è un Comitato di ricercatori della Facoltà di Economia, proprio quei ricercatori che la riforma Moratti vorrebbe mettere ad esaurimento con un colpo di forbice, che ritiene doverose e opportune, in particolare in questa fase del confronto politico, alcune riflessioni alla luce delle discutibili proposte di riforma sinora avanzate, peraltro con la delegazione legislativa e non con la più garantista via parlamentare, in una materia delicata e dalle enormi ricadute sociali.
Quanto all iter formativo, la gran parte degli attuali ricercatori ha compiuto un cammino lungo spesso costituito dal conseguimento del dottorato di ricerca (con un corso che prevede anche lo svolgimento di attività didattiche), da borse di studio post-dottorato, da assegni di ricerche culminate in pubblicazioni, interventi congressuali. Un percorso formativo, come si vede, molto lungo tanto che l'età media di accesso al ruolo dei ricercatori, in Italia, è di circa 36 anni.
Peraltro, mentre all'atto dell'istituzione della figura del ricercatore, negli anni Ottanta, la normativa prevedeva il divieto di svolgere attività didattica al di là di un monte ore annuo; l' impossibilità di essere titolare di insegnamenti ufficiali e di essere beneficiario di fondi di ricerca o di dirigere e coordinare gruppi di ricerca, per la sentita esigenza di provvedere alla propria formazione senza essere eccessivamente vincolato da impegni didattici; oggi, invero, le funzioni dei ricercatori si sono modificate strutturalmente, tanto che essi ricoprono insegnamenti ufficiali, contribuendo in modo rilevante, e quasi sempre determinante, al funzionamento dei corsi di laurea; partecipano alle Commissioni per gli esami di profitto; fanno parte dei collegi dei dottorati di ricerca; gestiscono fondi ricerca e dirigono e coordinano gruppi di ricerca scientifica nazionali e internazionali. I ricercatori, quindi, svolgono già le stesse funzioni dei professori ordinari e associati.
La parte economica è, forse, quella più penosa. Infatti, per i primi tre anni lo stipendio è, a tutt oggi, di poco più di 1.000 euro mensili. Tali indegne retribuzioni sono, inoltre, vincolate da un obbligo di rapporto di esclusività (regime del tempo pieno) per il primo triennio e, dopo tale periodo, si può optare per il tempo pieno (in tal caso lo stipendio sale a poco più di 1.500 euro) ovvero per quello definito (lo stipendio è simile a quello dei primi tre anni). Un ricercatore italiano, dunque, percepisce la metà e, in alcuni casi, meno della metà dello stipendio medio in Europa, senza valutare la situazione dei colleghi degli Stati Uniti, neppure lontanamente comparabile.
Per la ricerca, la carenza o l'insufficienza di fondi è endemica. Occorre sottolineare come le spese per la ricerca, ancorché in gran parte classificabili come spese correnti, assumano più propriamente la configurazione di spese di investimento, il che, specialmente in periodi di stasi economica, quali quello attuale, legittimano l' incremento ed il potenziamento delle stesse.
La riforma Moratti intende, tra l'altro, far scomparire, mettendola ad esaurimento, la figura del ricercatore, sostituendola con quella precaria (perché a contratto) dell'aggregato alla ricerca; gli attuali ricercatori diverrebbero, dopo il conseguimento di una non ben identificata idoneità, professori aggregati, dal ruolo non ben delineato.
In buona sostanza, sembra che i problemi dell'Università italiana possano essere risolti eliminando la figura dei ricercatori, dunque di una tappa rivelatasi fondamentale ed efficace per la ricerca e per l' università.
Come non comprendere, a fronte di ciò, le fughe dei cervelli? Chi rimane, oggi, a scommettere sull'Università?
Per inciso, la recentemente ultima beffa governativa, il decreto-legge, che aveva ridotto da tre ad un anno il periodo della conferma (ovviamente non per agevolare la carriera, visto il proposito della messa ad esaurimento dei ricercatori) per adeguare gli stipendi alla media europea (portando lo stipendio a circa 1.600 euro mensili), in sede di conversione non è stato recepito ed il periodo della conferma è rimasto invariato. La concomitante previsione di un obolo irrisorio aggiuntivo, ci sia consentito, è offensiva.
In sede di conversione del citato decreto-legge, sono state anche ridotte le idoneità da conseguire nelle valutazioni comparative per professore associato e ordinario da due ad una, in tal modo dunque riducendo le opportunità di crescita.
Perché invece non accogliere il suggerimento di riconoscere la terza fascia dei docenti universitari e, di conseguenza, rivedere il relativo trattamento giuridico ed economico agganciandolo, questa volta per davvero, alla media europea? Perché inoltre non mantenere l'opzione per il tempo pieno e quello definito e ridefinire le modalità di svolgimento delle procedure delle valutazioni comparative per la copertura dei posti di professore associato e ordinario, scegliendo se tornare alle liste di idoneità nazionali, dai quali ciascun Ateneo deve attingere per assumere i propri docenti, o ricorrere ai concorsi locali con la doppia o tripla idoneità, in modo da mantenere inalterate le chances di progressione in carriera?
Tutto questo sembra fantascienza. Ci sia consentito almeno esprimere tutta la nostra preoccupazione ed i timori alla vigilia della prossima discussione sul disegno di legge.

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