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Venerdì 22 Settembre 2017 | 19:12

«Nel Brindisino contaminati 5.800 ettari»

Così Legambiente che, nel dossier «La chimera delle bonifiche», mette all'«indice» l'Italia «intossicata» da amianto, mercurio, ddt, diossina, emissioni al veleno e rifiuti tossici
ROMA - In Italia 154.000 ettari di territorio nazionale è contaminato; 50 le aree "intossicate" da un carico fatto di amianto, mercurio, ddt, diossina, emissioni al veleno e rifiuti tossici; terra, aria e falde acquifere compromesse per milioni di metri cubi. Questa la fotografia scattata da Legambiente nel dossier "La chimera delle bonifiche" presentato a Roma nel quale si fa anche il punto sugli interventi di risanamento.
Poco meno della metà del totale di territorio contaminato, 74mila ettari, sono solo a Casal Monferrato, circa 14 mila nel litorale dominio-flegreo e nell'agro aversano, 5.800 a Brindisi e 3.500 a Porto Marghera. C'è l'amianto dei poli industriali che producevano l'eternit a Casal Monferrato, Bagnoli, Broni o Bari, e quello delle cave da cui veniva estratto a Balangero ed Emarese. I policlorobifenili a Brescia, gli Ipa nelle acque sotterranee di Falconara Marittima, Bagnoli e Gela, i solventi organoalogenati della bassa valle del Chienti nelle Marche e poi la diossina a Pitelli e Marghera e le ferriti di zinco a Crotone. E ancora il mercurio scaricato in mare a Priolo e nella laguna di Grado e Marano, il cromo esavalente della Stoppani nelle falde acquifere di Cogoleto, il cadmio nel suolo e nel sottosuolo di Livorno e il Ddt nel lago Maggiore.
«E' il quadro dell'Italia infetta - ha detto il deputato della Margherita e presidente onorario di Legambiente, Ermete Realacci - e quello che è peggio è che siamo di fronte a una forte arretratezza normativa che non permette di applicare il principio per il quale chi inquina paga. C'è anche un problema di risorse, poche e male utilizzate. Occorre invece prevedere un Superfund nazionale per finanziare le bonifiche».
In gioco la salute: «I sarcomi dei tessuti molli di Mantova nei pressi dell'inceneritore ex Enichem - afferma Legambiente - le malformazioni congenite nel triangolo Augusta-Priolo-Melilli e il mesotelioma pleurico degli abitanti a Biancavilla».
I rifiuti i primi sotto accusa. Non solo industriali: scorie di fonderia, sali da rifusione di alluminio, fanghi, morchie oleose, oli esausti, melme acide, ceneri leggere da incenerimento, polveri di abbattimento fumi della siderurgia, pesticidi, solo per citarne alcuni. Complessi gli interventi anche per le quantità in gioco, sottolinea Legambiente: dai 7 milioni di metri cubi di sedimenti contaminati da dragare in laguna di Venezia al milione e mezzo di m3 di rifiuti da rimuovere nelle 110 discariche non controllate della provincia di Frosinone, dai 300.000 metri cubi dell'area abruzzese relativa ai fiumi Saline e Alento ai 600.000 m3 di terreni contaminati da Ddt, arsenico e mercurio di Pieve Vergonte in Piemonte, passando per i 140.000 m3 di sali sodici ancora da rimuovere dai cosiddetti lagoons, i bacini che raccolgono i rifiuti liquidi dell'Acna di Cengio.
Oltre ai rifiuti anche le emissioni in atmosfera: l'Ilva di Taranto che da sola produce il 70% delle emissioni nazionali e il 10% di quelle europee di monossido di carbonio da attività industriali. Per Legambiente ancora molte le questioni irrisolte, dalla tecnologia, alle risorse alle lentezze fino al grave problema dei traffici illeciti di rifiuti tossici, «la vera piaga», secondo il presidente della Commissione Ecomafie, Paolo Russo, per il quale «l'avanzata di un'imprenditoria senza scrupoli sempre più incisiva determina maggiore pericolosità perchè abbassa ogni tutela».
Quindi le proposte di Legambiente: «Maggiore trasparenza, adozione di modifiche normative, approccio diverso da parte delle imprese - ha detto il presidente nazionale di Legambiente, Roberto Della Seta - sono, a nostro avviso, gli ingredienti indispensabili per imboccare, finalmente la strada giusta e creare quell'economia del risanamento ambientale che è mancata completamente e che vorremmo approdasse anche in Italia».

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