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Martedì 19 Settembre 2017 | 17:26

Sulmona - Si uccide detenuto leccese

Francesco Vedruccio, 37enne di Squinzano, è il settimo carcerato dell'istituto a togliersi la vita nel giro di due anni. Visita del ministro Castelli e polemiche
SULMONA (L'Aquila) - È stata forse la telefonata arrivata nel pomeriggio a sconvolgere il già fragile equilibrio di Francesco Vedruccio, il detenuto 37enne di Squinzano, in provincia di Lecce, che, nella tarda serata di ieri, si è impiccato alle sbarre della finestra del bagno della sua cella nel carcere di massima sicurezza di Sulmona, in provincia dell'Aquila. Vedruccio non riusciva ad accettare l'idea che la moglie non volesse saperne più di lui. Soprattutto, aveva paura che gli volesse impedire di incontrare il figlio.
Del suo turbamento i compagni si erano resi conto immediatamente. Eppure nessuno di loro aveva ipotizzato che potesse arrivare a togliersi la vita. Secondo alcuni di loro con i quali l'uomo sembra si sia confidato, la telefonata lo avrebbe sconvolto. Da qui l'idea di una partita a carte, forse per distrarlo. Poi, all'improvviso, la corsa in bagno e il suicidio. Arrivato inaspettato, nonostante gesti di questo genere non siano una novità nell'Istituto abruzzese, che ha visto morire sette persone in due anni, tre solo da dicembre a oggi.
Una sequenza di morti che ha naturalmente fatto scalpore nel mondo politico, con l'opposizione sul piede di guerra che è arrivata a chiedere le dimissioni del ministro della Giustizia, Roberto Castelli, e dei vertici della struttura carceraria. Mentre lo stesso Castelli, che è voluto essere presente «di persona» nella cittadina abruzzese «per vedere cosa succede», ha già annunciato di avere «in avere in mente alcune ipotesi da valutare però a mente fredda».
L'ultimo suicidio nel supercarcere di Sulmona era avvenuto il 1° marzo scorso, quando venne trovato cadavere Nunzio Gallo, 28 anni: si era impiccato con dei lacci legati alla grata della sua cella. Prima di Gallo, il 3 gennaio scorso, a Sulmona era stato trovato impiccato Guido Cercola, 60 anni. Condannato all'ergastolo per l'attentato del 23 dicembre 1984 al rapido 904 che provocò la morte di 16 persone e il ferimento di 267 passeggeri, Cercola era stato accusato di aver aiutato il presunto cassiere della mafia, Pippo Calò, ad organizzare l'eccidio. Anche lui si era ucciso utilizzando i lacci delle scarpe.
Il 19 aprile del 2003, invece, a togliersi la vita era stata la direttrice del supercarcere, Armida Miserere, che si sparò un colpo alla tempia con un'arma da fuoco all'interno del suo studio. Nei mesi successivi seguirono altri due casi: ad uccidersi furono due esponenti legati alla criminalità organizzata, Diego Aleci, 41enne di Marsala condannato per mafia, che si suicidò il 14 ottobre 2004, e il 58enne Francesco Di Piazza, che si ammazzò il 28 giugno successivo. Entrambi furono trovati impiccati con i lacci delle scarpe. Poi, il 16 agosto scorso, la morte che più fece scalpore, quella di Camillo Valentini, sindaco di Roccaraso, arrestato solo 48 ore prima per concussione.
Ma nel passato del supercarcere aperto nel 1992 ci sono anche altre storie di suicidi: il primo poco dopo la rivolta carceraria del 16 dicembre 1994. Si trattava di Luigi D'Aloisio, 37enne di Barletta malato di Aids che si impiccò con il lenzuolo a una finestra il 19 gennaio successivo. Poi, dopo qualche anno di tregua, il 18 giugno 1999 Cosimo Tramacere, 26enne di Mesagne, in provincia di Brindisi, si buttò sotto un treno: il giorno dopo avrebbe dovuto rientrare in carcere a Sulmona dopo tre giorni di permesso.
Il 12 luglio 1999 si impiccò in cella con un lenzuolo Antonio Miccoli, 30enne di Foggia. Quasi sei mesi dopo, il 23 gennaio 2000, Luigi Acquaviva venne trovato impiccato nel carcere "Badu 'e carros" a Nuoro: era da poco stato trasferito lì da da Sulmona, dove aveva tentato di uccidere un compagno di cella. Il 2 luglio 2001, infine, le guardie carcerarie dell'istituto sventarono un tentativo di suicidio.
Anche su quest'ultimo caso, come per i precedenti, la Procura della Repubblica di Sulmona ha aperto un fascicolo per «istigazione o aiuto al suicidio».
Intanto, è stata disposta per domani l'autopsia sul corpo di Vedruccio. Un detenuto come tanti, che sarebbe dovuto rimanere in carcere fino al 2010 dopo essere stato condannato per concorso in rapina, furto, spaccio di droga, detenzione di armi e associazione mafiosa, tutti reati commessi tra il 1996 e il 2001.
E ieri sera, nel supercarcere, è arrivato anche il ministro Roberto Castelli, accompagnato nel corso della sua visita dal capo dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria Giovanni Tinebra e dal sindaco di Sulmona Franco La Civita. Una "visita-lampo", quella di Castelli, che all'uscita dal carcere, dopo essere stato anche nella cella di Vedruccio, ha tenuto ha precisare: «Quello che si sta verificando a Sulmona è paradossale. Questo istituto penitenziario è superiore alla media dei carceri nazionali sia per quanto riguarda i servizi, sia per quanto riguarda le condizioni di detenzione».
Castelli, che si è intrattenuto a colloquio con qualche detenuto informandosi sulle loro condizioni di vita all'interno del carcere, ha poi sottolineato: «Occorre agire rapidamente. Ma lo faremo dopo le giuste riflessioni. Ho già in mente alcune ipotesi ma le valuteremo a mente fredda. D'altra parte questo istituto per come è costruito e per come è organizzato non merita la nomea di carcere maledetto».
Un'opinione, questa, condivisa dal direttore dell'Istituto di massima sicurezza, Giacinto Siciliano, che ha ricordato: «In questo carcere si lavora e si fanno attività a favore dei detenuti. Non è solo il carcere dei suicidi». Anche il direttore dell'area sanitaria, Fabio Federico, ha evidenziato che il carcere di Sulmona è impegnato a sviluppare precise strategie per migliorare le condizioni generali dei detenuti.
Tuttavia, ha aggiunto, «siamo seriamente preoccupati e l'augurio è che il ministro disponga l'allontanamento degli elementi più a rischio dal carcere di Sulmona». «Chiediamo più attenzione per il nostro carcere -ha concluso- e soprattutto la disponibilità di maggiori risorse per sviluppare progetti sociali a favore della popolazione carceraria».
«Il carcere di Sulmona è tra le migliori strutture del sistema carcerario italiano per qualità edilizia, professionalità della direzione e del personale impegnato sia della polizia penitenziaria che degli altri operatori del trattamento», ha assicurato poi Enrico Buemi, presidente del Comitato carceri della Camera e capogruppo in commissione Giustizia, secondo il quale «non si può nascondere però, che lì si concentrano detenuti con storie criminali pesanti e che la struttura, pur nella positiva collaborazione con gli enti locali, vive un suo sostanziale isolamento».
Di tutt'altra opinione il neo presidente della Regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco, che ha chiesto un incontro al direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. «Sulmona e l'Abruzzo - ha detto - non possono diventare il ricovero, sia pure coatto, di tutto ciò che il sistema carcerario italiano non può controllare sia per il livello di pericolosità sociale dei detenuti, sia per le loro condizioni psico-fisiche».
«Il numero impressionante di suicidi richiede l'assunzione di responsabilità precise - ha proseguito - da parte del Dap e del ministero della Giustizia. Occorre bandire giudizi superficiali e valutazioni che nascono dalla mancata conoscenza della natura particolare dei detenuti di Sulmona».«A noi abruzzesi - ha aggiunto il neo governatore - non piace stare sulle pagine dei giornali ogni sei mesi per un caso drammatico come quello che si è consumato ieri».
Ancora più duro il segretario provinciale aquilano di Rifondazione Comunista, Giulio Petrilli, che ha chiesto le dimissioni del ministro della Giustizia, Roberto Castelli, e dei vertici amministrativi e militari dell'Istituto di pena. «Il settimo caso di suicidio in 18 mesi conferma l'esistenza in quella struttura di un contesto ambientale che ha ormai superato ogni limite di sopportabilità», ha rincarato la dose il deputato di Prc Elettra Deiana, che ha chiesto «l'immediata chiusura» del carcere abruzzese e che ha presentato «un'interpellanza urgente per chiedere al Guardasigilli cosa intenda fare di fronte allo scandalo di questo ennesimo suicidio».
«È evidente che nel supercarcere di Sulmona sta accadendo qualcosa di estremamente grave», ha detto il responsabile giustizia dei Ds Masimo Brutti, che ha parlato di «una successione inquietante che deve allarmarci tutti» e chiesto che sia avviata «al più presto» un'indagine del Parlamento «per conoscere la situazione di quel penitenziario, comprendere a fondo le condizioni di vita dei detenuti e le condizioni di lavoro degli operatori penitenziari».
«Solo così sarà possibile capire quali interventi adottare per voltare pagina», ha sostenuto l'esponente della Quercia. «Non basta una visita - ha aggiunto poi riferendosi alla trasferta a Sulmona di Castelli -. Non bastano iniziative emergenziali o superficiali. Occorrono un'indagine e un'analisi approfondite che consentano di intervenire in modo radicale. Questa catena di suicidi deve essere spezzata, ci auguriamo che quello di ieri sera rimanga l'ultimo».
«Quando in un carcere, in meno di due anni, sei detenuti si tolgono la vita, vuol dire che quel carcere non è un albergo né a cinque, né a quattro, né a una stella. Chiuderlo di colpo senza sapere dove mandare i detenuti può rivelarsi una misura infelice, ma intervenire da subito sulle condizioni di vita e sulle relazioni sociali subite dai carcerati è un dovere immediato da parte del ministro». Così il capogruppo della Margherita in commissione Giustizia al Senato, Nando Dalla Chiesa, si è rivolto al Guardasigilli Roberto Castelli.
«Non ci si uccide soltanto perché le celle sono piccole - ha detto Dalla Chiesa - c'è qualche ragione ambientale o qualche patologia specifica che va appurata. Stupisce che non siano bastati i cinque suicidi precedenti a determinare una svolta risoluta nella gestione del carcere».
E con Castelli sono stati duri anche i Radicali: il ministro riconosca «il fallimento della sua gestione della giustizia, fatta di interventi e politiche sbagliate nei momenti sbagliati» e «pensi, assieme ai politici di ogni schieramento, a collaborare per una urgente calendarizzazione, votazione e approvazione di un provvedimento di amnistia», ha detto Irene Testa, segretario dell'associazione "il Detenuto ignoto", secondo la quale il supercarcere di Sulmona «non è affatto un'eccezione rispetto a numerose altre realtà carcerarie».
«È più che mai evidente la necessità e l'urgenza di chiudere il carcere di Sulmona», ha detto la parlamentare del Pdci Gabriella Pistone, che sull'argomento ha presentato un'interrogazione parlamentare urgente a Castelli, mentre il deputato Verde Paolo Cento, vicepresidente della commissione Giustizia della Camera, ha affermato: «L'ultimo suicidio nel carcere di Sulmona richiede interventi immediati e risolutivi. L'invio degli ispettori, annunciato da Castelli, è una decisione tardiva, semmai adesso è necessario chiudere questo carcere che evidentemente non è in grado di garantire l'incolumità fisica né dei detenuti né di chi ci lavora».
Secondo Cento, però, la struttura di Sulmona «è solo la punta di un iceberg che dimostra la situazione drammatica in cui si trova tutto il carcere italiano e il fallimento della politica penitenziaria del governo che ha prodotto sovraffollamento, riduzione della spesa sanitaria, e diminuzione del personale sia civile che penitenziario».
A puntare l'attenzione sulle condizioni delle carceri italiane è stato anche l'Osservatore romano che, dopo aver espresso «dolore e amarezza» per l'ennesimo gesto «disperato» di un detenuto che si è tolto la vita nel carcere di Sulmona, ha sottolineato che «le condizioni di vita dei detenuti sono ormai da tempo, in molte carceri italiane, non più accettabili in un Paese civile».
Nel 2005 si sono tolti la vita «già 20 detenuti», ha evidenziato Luigi Manconi, responsabile del Dipartimento Diritti civili dei Ds, sottolineando come «negli istituti di pena italiani ci si ammazza 17-18 volte più di quanto ci si ammazzi fuori dal carcere». Inoltre, più del 50% dei detenuti che si suicidano (il 54% nel 2004), ha aggiunto, si toglie la vita nei primi sei mesi di reclusione. Succede così anche nel 2005: «La metà si è tolta la vita entro i primi 6 mesi di reclusione, 4 entro i primi 3 giorni», ha spiegato. E per questo, ha detto Manconi, servono «profondi e urgenti mutamenti nella politica penitenziaria».
Manconi ha riferito anche le cifre sull'età dei detenuti suicidi: «Nel complesso della popolazione italiana oltre il 65% dei suicidi registrati riguarda persone sopra i 44 anni; in carcere solo il 13%. Ma, tra i reclusi, il 60% dei suicidi riguarda persone tra i 18 e i 34 anni. Ancora: in carcere l'87% dei suicidi avviene tra i 18 e i 44 anni, mentre la media nazionale in quella fascia d'età raggiunge il 35% appena». Dati dai quali emerge l'identikit del "possibile detenuto suicida": «Giovane alla prima detenzione, imputato di reati minore e di ridotto allarme sociale, che sceglie di togliersi la vita nel primo o primissimo periodo di reclusione».

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