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Martedì 26 Settembre 2017 | 11:12

25 aprile: commozione al Sacrario di Bari

I 75mila caduti d'oltremare sono stati ricordati nel 60° anniversario della Liberazione d'Italia nel corso di una cerimonia alla presenza del presidente della Regione, Nichi Vendola
BARI - Sono state le note del «Silenzio» a scandire attimi di intensa commozione per quelle gesta custodite nella memoria dei sopravvissuti ma anche, e soprattutto, nel ricordo e nella giusta commemorazione dei 75mila caduti d'oltremare che riposano nel Sacrario dei caduti di Bari, il più grande del Mezzogiorno e fra i più importanti d'Italia. Caduti della seconda guerra mondiale, prima dell'8 settembre 1943, e subito dopo, a Cefalonia e nelle altre isole greche. Caduti che oggi, sono stati ricordati nel sessantesimo anniversario della Liberazione d'Italia nel corso di una commovente cerimonia alla presenza del neo presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, del Prefetto di Bari Tommaso Blonda (unico rappresentante dello Stato), del presidente della Corte d'Appello di Bari, Giacinto de Marco, del sindaco di Bari, Michele Emiliano e di tutti i vertici militari dei corpi d'armata della Regione. Ricordare e «seguire la storia per non cadere negli stessi errori dei predecessori» ha esortato monsignor Sabino Scarcelli, della III Regione Aerea, nella celebrazione eucaristica, un monito che va di pari passo con la conservazione di quella storia che ha dato vita alla Repubblica italiana grazie ai patrioti, ai tanti partigiani agli oltre 600mila soldati che abdicarono il fascismo per marciare verso la libertà con gli alleati. Messaggi su quei valori di «libertà, pace e giustizia che hanno fatto l'Italia democratica» che hanno risuonato nelle parole di tutti, da monsignor Scarcelli al Generale Andrija Nikolic, presidente associazione combattenti del Montenegro, fino a Giorgio Salamamma, partigiano e presidente della sezione barese dell'Anpi, (Associazione nazionale partigiani d'Italia).
All'esterno del Sacrario, in un rispettoso distacco, sventolavano le bandiere rosse di Rifondazione Comunista e dei Democratici di Sinistra a sostegno e ringraziamento per quella democrazia conquistata con il sangue di tanti militari italiani morti per la riconquista della pace, e per i tanti civili che hanno reso l'Italia libera dal fascismo e dai tedeschi. Tre le corone di alloro depositate mentre viene data lettura del messaggio inviato al Ministro della Difesa Antonio Martino. E, poi il ricordo, a margine della cerimonia, di due reduci di guerra baresi che hanno partecipato alla resistenza, deportati nei campi di concentramento come Giorgio Salamanna e Felice Angelini, e liberati dai partigiani e dagli americani, entrambi dell'ANPI.
Quella del 25 aprile «è una giornata da tramandare - ha detto Salamanna - e noi siamo preoccupati perchè c'è qualcosa che si vuole modificare anche nell'ambito della Costituzione.
Bisognerebbe ricordarsi anche che l'Italia non avrebbe potuto riscattarsi se non ci fosse stato sul banco delle trattative quel contributo delle forze che combatterono tra il '43 e il '45». Il partigiano ricorda il contributo offerto da Radio Bari che ha dato «questa spinta di libertà. Noi meridionali - ha ricordato - eravamo scarsi di una mentalità aperta e Radio Bari è stato uno strumento valido per tutte le nostre iniziative fino all'8 settembre 1943» quando il comando della divisione Venezia ha indetto un referendum con tutti i battaglioni per la scelta da fare: arrendersi ai tedeschi o non consegnare le armi a nessuno».
Così, ricorda ancora Salamanna, la divisione di Venezia si tramutò in divisione Garibaldi e combattè assieme alle forze di Tito fino al febbraio del 1945.
«Nel frattempo, ricordo la mia esperienza, anch'io caddi ammalato e i montenegrini mi fecero rifugiare in una baita sulle montagne e fui catturato nel febbraio del 1944 e portato nel grande concentramento di smistamento presso Belgrado dove stetti un periodo lungo e, infine, nel febbraio del '45 ci fu un grande bombardamento americano e si ebbe l'occasione di fuggire dal campo. Fu un disastro. Ho quindi raggiunto le forze partigiane in Jugoslavia». Saldo nella memoria di Felice Angelini è il ricordo della sua terribile esperienza da deportato: «mi catturarono in Jugoslavia - ha raccontato - e mi chiesero di combattere con i tedeschi. Mi rifiutai. E dissi semplicemente: i nostri nemici siete voi, fascisti e tedeschi.
Io non prendo le armi per combattere con voi. Lo farò contro.
E mi deportarono nei campi di concentramento in Germania». Il reduce e patriota ricorda di aver attraversato l'Austria: «ci tenevano chiusi nei vagoni, senza neanche poter bere un bicchiere di acqua. Nulla». Poi, portati in Germania «i fascisti e i tedeschi ci chiesero nuovamente di combattere con loro. Ho sempre rifiutato. Dissi: rimango prigioniero di guerra; i veri nemici siete voi. Ho fatto, così, 2 anni di campi di concentramento. Non ci davano da mangiare e abbiamo mangiato anche l'erba per mantenerci. Per due anni ci hanno fatto lavorare in una fabbrica di aerei. Io facevo il falegname e dopo tutto questo i tedeschi ci riportarono con loro, non ci lasciarono liberi per il ritorno degli americani. Chi si fermava era fucilato». Quindi l'epilogo: «abbiamo dovuto nasconderci dentro un bosco fino a quando sono arrivati gli americani. In quel bosco - ha ricordato - non c'erano solo italiani ma anche francesi, inglesi. Il 25 aprile è il giorno della rinascita - ha concluso - Angelini ma era il 15 aprile 1945 quando gli americani gli chiesero di collaborare con loro e io accettai. Sono andato con loro e sono tornato a casa ad ottobre. Quasi 4 mesi con gli americani. Al ritorno mi hanno dato dei documenti e un borsa piena di cose da mangiare e mi hanno accompagnato con una jeep fino al treno».

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