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Lunedì 25 Settembre 2017 | 18:54

Mafia - Sgominato clan a Barletta

A capo i fratelli Cosimo Damiano e Francesco Cannito oltre a Ruggiero Lattanzio soprannominato 'A Mnenn'. Otto gli omicidi accertati per affermare il proprio potere
BARLETTA (BARI) - Faceva spesso ricorso all'omicidio per affermare il proprio dominio il clan sgominato oggi dai carabinieri a Barletta (con l'esecuzione di 43 ordinanze di custodia cautelare) a capo del quale erano i fratelli Cosimo Damiano e Francesco Cannito, di 49 e 42 anni, e Ruggiero Lattanzio, di 44 anni, soprannominato 'A Mnenn' (tutti già in carcere per altri reati). Tra gli otto omicidi accertati, le indagini condotte dalla Dda di Bari hanno consentito anche di ricostruire un caso di lupara bianca, quello dell'imprenditore barlettano Ruggiero Tresca, il cui corpo non è mai stato trovato.
La ricostruzione dell'omicidio è stata fatta grazie all'aiuto di due collaboratori di giustizia, Michele Dicuonzo e Angelo Antonio Doronzo. Dalle indagini è emerso che l'uomo sarebbe stato ucciso il 29 marzo del 2001 per ordine di Ruggiero Lattanzio, il quale voleva così cancellare un debito per una partita di stupefacenti che il clan aveva nei confronti del socio di Tresca, l'albanese Roland Lame. I due erano contitolari della ditta 'R.D.D.' che aveva rilevato la gestione del ristorante 'L'Approdò che faceva da schermo per la gestione del traffico di droga tra l'Italia e l'Albania. Con l'uccisione di Tresca, secondo gli investigatori, si intendeva mandare all'albanese, un segno di forza e determinazione del clan che non gradiva che Lame trafficasse senza rendere conto all'organizzazione mafiosa barlettana.

Secondo la ricostruzione dei carabinieri, fu lo stesso Lattanzio a sparare un colpo alla nuca a Tresca in una zona di campagna tra Barletta e Canne della Battaglia dove l'uomo fu condotto nel pomeriggio del 29 marzo dopo aver consumato una bevanda in un bar in compagnia di Ruggiero Lattanzio e di Antonio Matteucci, 49 anni, altro componente del clan. Il cadavere, che non è stato mai ritrovato, venne gettato in una buca, poi coperta con sacchi di cemento, nella quale doveva essere seppellito inizialmente l'albanese. La vittima fu attesa in campagna da altri quattro componenti del clan: Gaetano Straniero, 29, Pasquale Sarcina, 26, Filippo Tatò e Nicola Castellano detto 'U mninn', entrambi di 27 anni. Il primo gettò il cadavere nella buca; gli altri tre invece bruciarono l'autovettura che Tresca aveva chiesto in prestito al caposala del ristorante l'Approdo per raggiungere il gruppo prima al bar e poi in campagna.
Il corpo di Tresca non è stato mai ritrovato. Dopo il pentimento di Doronzo, un altro componente del clan, Savino Filannino ordinò a Straniero di spostare il cadavere. Straniero si fece aiutare nell'operazione da un altro componente del clan, Filippo Tatò. I due dissotterrarono il corpo, ormai scarnificato, ma presi alla sprovvista dal sopraggiungere di una vettura che temevano fosse delle forze dell'ordine, fuggirono precipitosamente in automobile disperdendo dal finestrino in campagna i resti di Tresca.

Per sistemare con l'eliminazione degli avversari alcuni conflitti, il clan Cannito-Lattanzio faceva ricorso anche a killer esterni.
Tra tutti spicca la figura di Carmine Marolda, originario di Venosa (Potenza), 44 anni, attualmente in carcere, che pur non divenendo mai affiliato del clan, si mise comunque a sua disposizione, arrivando il 20 aprile del 1996 ad uccidere Giovanni Sciascia componente del clan Lattanzio (che se ne era però allontanato avviando una attività di spaccio in proprio), e contrario alla fusione con i Cannito. L'omicidio fu ordinato dal capo del clan Cannito - che all'epoca dei fatti ancora non si era fuso con quello Spera-Lattanzio - al capo di quest'ultimo come sugello dell'accordo di fusione.
Marolda, tra l'altro, è ritenuto l'esecutore materiale dell'omicidio del maresciallo dei carabinieri, Marino Di Resta, che fu ucciso a Pescara durante una perquisizione nell'abitazione di Marolda, sorpreso dal maresciallo in compagnia di altri complici al termine di una rapina.

Tra gli omicidi contestati all'organizzazione malavitosa barlettana con l'operazione eseguita oggi, c'è anche quello avvenuto a Barletta nel marzo del 2003, che è considerato dagli investigatori 'l'ultimo omicidio di mafia in città. La vittima, Gino Corvasce detto 'karatè, considerato elemento di spicco del sodalizio criminoso, dopo l'arresto di numerosi elementi del clan, aveva avviato insieme con Savino Filannino, soprannominato 'Fra Colucciò ed oggi collaboratore di giustizia, una rete di spaccio di stupefacenti. Corvasce fu punito con la morte per non aver destinato parte dei proventi dell'attività agli appartenenti del clan rinchiusi in prigione. Dopo l'omicidio, Filannino decise di diventare collaboratore di giustizia, temendo di essere anch'egli ormai bersaglio dei killer del clan.

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