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Mercoledì 20 Settembre 2017 | 16:54

«Sos Kosovo», una mostra a Bari

Nella città vecchia, s'inaugura - nel giorno dell'anniversario dell'ultimo pogrom ai danni dei serbi - la mostra «I monasteri serbo-ortodossi prima e dopo la guerra»
Prizren - Chiesa della Santa Vergine di Ljeviska - Affresco BARI - In Kosovo le ferite della guerra tra serbi e albanesi sono fresche, pulsano nella carne e nell'anima della gente e sul territorio, devastato. Oggi, nell'anniversario dell'ultima sollevazione popolare (il 17 marzo 2004 scoppiarono 33 rivolte, morirono 19 persone e almeno 550 case e 27 chiese e monasteri ortodossi vennero bruciati), presso il palazzo della Sovrintendenza per i beni archeologici di Bari s'inaugura la mostra fotografica «Sos Kosovo - I monasteri serbo-ortodossi prima e dopo la guerra».
«La mostra - ha spiegato, nel corso di una conferenza stampa, il presidente dell'Associazione "Un ponte per Belgrado in terra di Bari", Andrea Catone - è stata promossa e organizzata da due associazioni di volontari: l' Associazione difesa insediamenti rupestri e territorio (Adirt), qui rappresentata dalla sua presidente Nellina Guarnieri, e "Un ponte per...". L'iniziativa vuole presentare il grande patrimonio artistico-religioso del Kosovo e Metohija. E ci tengo a sottolineare Metohija, perché vuol dire "le terre della Chiesa" ed è lì che nacque la Storia serba, lì nacquero i grandi monasteri e si insediarono i re serbi».
Prizren - Chiesa della Santa Vergine di Ljeviska prima dei saccheggi «Intendiamo anche - continua Catone - rompere il silenzio su quanto accade nell'area. Ora il Kosovo, e lo abbiamo constatato noi stessi, per i serbi è invivibile. L'anno scorso, durante il pogrom, le case vennero devastate e i serbi scacciati. A Pristina ne vivono pochissimi, in un condominio detto "la gabbia". Vennero distrutti anche monumenti di gran valore, come la chiesa dei Santi Arcangeli, del XIV secolo. Ebbene la mostra presenta questi monumenti a rischio».
«Dopo il 1999 - spiega Mirjana Menkovic, presidente di Mnemosyne-Centro per la protezione del patrimonio culturale e ambientale del Kosovo e Metohija - solo gli italiani ci hanno aiutati ed esperti italiani, come quelli dell'Istituto centrale per i restauri di Roma, stanno restaurando i nostri monumenti. Altri collaborano con noi, come Rosa D'Amico, direttrice della Pinacoteca nazionale di Bologna. Dobbiamo però constatare che fino al 2005 la Unmik (cioè la United Nations Interim Administration Mission in Kosovo; ndr) non ha fatto nulla per restaurare i monumenti e finora non è stato stato stabilito alcun programma per la loro protezione».
«Abbiamo bisogno di garanzie istituzionali - dice la signora Menkovic - per garantire la presenza di esperti serbi e abbiamo bisogno di team internazionali di esperti e abbiamo bisogno di finanziamenti».
«In altre parole, abbiamo bisogno di pace, esperti e soldi», sintetizza Aleksandar Simic, consigliere giuridico del primo ministro serbo, Vojislav Kostunica e per l'occasione cortese traduttore simultaneo.
Prizren - Chiesa della Santa Vergine di Ljeviska dopo i saccheggi Molto accorata è la testimonianza di Branko Jokic che racconta di come la guerra gli abbia distrutto la vita mettendolo nella condizione di essere "il direttore, in esilio, del Museo di Pristina". Nessuno l'ha licenziato ma ora sono gli albanesi ad organizzare il museo che è stato ribattezzato Museo del Kosovo. «Per la sua gestione - dice Jokic - hanno fatto un bando di concorso aperto anche ai serbi. Ma come potevo partecipare? Così gli albanesi dicono: noi abbiamo fatto il bando ma nessun serbo si è presentato. Oltre l'80% dell'eredità culturale del Kosovo appartiene al popolo serbo ma i serbi non possono proteggerlo. La comunità internazionale chiude gli occhi su tutto ciò ed è anche per questo che siamo qui oggi».
Se però si chiede a questi illustri rappresentanti dell'intellighenzia serba se siano pronti a unirsi a un team di esperti stranieri ma anche albanesi per salvare il meraviglioso patrimonio artistico e storico che la mostra illustra, la risposta è gelida e corale. Si va da un «non possiamo accettare che la nostra cultura, i nostri monasteri, siano restaurati, da chi li ha bruciati», a «gli affreschi non può farli uno che non ha la cultura cristiana».
La ferita è aperta, i lembi sono ancora distanti.
La mostra fotografica sarà aperta fino al 31marzo, dalle 9.30 alle 19.
Per informazioni si può chiamare lo 0805562663.
Marisa Ingrosso

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