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Martedì 26 Settembre 2017 | 22:09

Assolti dopo cinque anni di carcere

Condannati in primo e secondo grado, per la Cassazione Riccardo Maino e Pietranotonio Arbore non sono gli assassini di Cataldo Tota, il 95enne coratino deceduto il 21 Febbraio 1998
Condannati in primo e secondo grado, assolti dalla Cassazione dopo cinque anni passati in carcere. Per la Suprema Corte, Riccardo Maino e Pietranotonio Arbore non sono gli assassini di Cataldo Tota, il 95enne coratino deceduto il 21 Febbraio '98 a seguito delle gravi lesioni subite quattro giorni prima nella sua abitazione, teatro di una tentata rapina. Annullata, dunque, la sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Bari che aveva confermato la pronuncia a 15 anni di reclusione inflitta, in primo grado, dalla Corte d'Assise di Trani.
Ad oltre sette anni il delitto Tota resta dunque senza un colpevole. La Cassazione ha assolto Maino, oggi 25enne, ed Arbore, oggi 40enne, «per non aver commesso il fatto», disponendo la loro scarcerazione.
Mentre si celebrava il processo d'appello, un giovane coratino detenuto in carcere confidò ad un rieducatore la paternità del delitto, chiamando in causa altri due complici. Un nuovo filone d'indagine, avviato dal sostituto procuratore della Repubblica di Trani Antonio Savasta, non confermò quelle dichiarazioni. Né il giovane autoaccusatosi del delitto fu indagato per calunnia per le accuse mosse alle due persone ritenute complici.
Ancor prima lo stesso pm aveva concluso la requisitoria di primo grado chiedendo la condanna degli imputati a 30 anni di reclusione. Ma il 20 novembre 2001, la Corte d'Assise pur condividendo la tesi accusatoria, secondo cui l'omicidio era da qualificarsi volontario e non preterintenzionale, comminò l'esatta metà della pena invocata dal pm.
«La Cassazione ha ritenuto che le dichiarazioni fornite in primo grado da un aspirante collaboratore di giustizia non hanno trovato riscontro». Questo il commento dell'avvocato Mariano Fiore, legale dei due imputati assieme alla collega Valeria Bove.
Durante le indagini preliminari, e successivamente nel corso del giudizio di primo grado, agli atti finirono le dichiarazioni di Vincenzo Mazzilli, un coratino detenuto nel carcere di Arezzo, che nella primavera del 2000 inviò alla Procura di Trani una lettera in cui denunciava gli autori dell'omicidio.
Interrogato dal pm tranese Domenico Seccia (primo titolare del fascicolo d'indagine cui subentrò il collega Savasta) Mazzilli raccontò d'aver appreso i particolari della vicenda dallo stesso Maino durante un permesso premio che gli consentì di tornare a Corato per qualche giorno.
Dopo una serie di assenze, Mazzilli fornì le sue dichiarazioni in dibattimento. La sua ulteriore versione fu oggetto di differente interpretazione tra accusa e difesa. La Procura contestò ai due imputati d'aver picchiato Tota con un ombrello, con la volontà di ucciderlo e non per difendersi dalla resistenza che l'anziano avrebbe opposto al tentativo di rapina.
Antonello Norscia

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