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Martedì 23 Gennaio 2018 | 07:08

«Il Giappone ama mangiare italiano»

Così Seiji Yasukochi, senior trade advisor per l'Italia della Japan external trade organitation (Jetro), intervenuto ad un incontro a Taranto
TARANTO- L'agroalimentare "made in Italy" tira alla grande nel Sol Levante. E' il parere di Seiji Yasukochi, senior trade advisor per l'Italia della Japan external trade organitation (Jetro) di Milano.
Il "consigliere" ufficiale del Giappone in Italia, a cui sono proposti i prodotti nazionali che possono "sfondare" nel mercato del suo Paese, lo ha messo in rilievo nel corso dell'incontro organizzato dall'Ufficio di Internazionalizzazione della Camera di commercio di Taranto, in collaborazione con l'Euro Info Centre IT391 Puglia e la Camera di commercio Italo Orientale ed il supporto tecnico della stessa Jetro, ente semigovernativo collegato al Ministero nipponico del commercio estero e dell'Industria con 35 uffici in Giappone ed 80 distribuiti in tutti i continenti.
All'incontro, relativo a "Le opportunità per le PMI nel mercato giapponese", vi hanno partecipato oltre 70 aziende. Tutte concordi, particolarmente quelle costituenti un nucleo di aziende taratine, nel propendere ad aprirsi a nuovi mercati, ad allargare i confini del proprio raggio d'interesse e, soprattutto, quando si parla di commercializzazione piuttosto che di produzione. Per questo, la presenza di Yasukochi è servita a 18 aziende ioniche, delle quali 8 del settore alimentare, per effettuare colloqui individuali al fine di verificare direttamente il livello di attrattiva del proprio prodotto.
Come ha evidenziato Antonio Diene, responsabile Jetro del Progetto Investimenti, il mercato giapponese non è di facile penetrazione essendo particolarmente esigente, ma è altamente remunerativo. Il reddito pro capite medio dei Giapponesi è di 35 mila dollari l'anno e, ciò, determina una richiesta di prodotti di qualità elevata. L'Italia e tutto ciò che rappresenta lo stile ed il modo di vivere italiano, quindi anche i prodotti alimentari tipici come vino, olio, formaggi, esercitano sul consumatore giapponese un potere d'attrazione notevole. Un paio di scarpe italiane - ha spiegato Diene - in Giappone facilmente arriva ad essere posto in vendita ad un prezzo di 1200-1500 euro e, perciò, per il made in Italy è più facile accedere sul mercato giapponese con prodotti di alto valore unitario che con prodotti di qualità inferiore e di basso costo.
Appuntamento importante per gli operatori commerciali e produttori, intanto, sarà quello del 25 marzo prossimo. In quella data, infatti, sarà inaugurata l'Esposizione Universale di Aichi alla quale l'Italia vi parteciperà con imprese di 10 regioni. «Sarà certamente - come ha sottolineato un'imprenditrice tarantina del settore vitivinicolo, che da tempo esporta in Giappone - una vetrina prestigiosa per l'Italia e un'eccellente occasione per le imprese italiane che vogliono penetrare nel mercato nipponico».
L'Italia già offre la qualità totale del prodotto (packaging compreso), ma per l'impresa che intende accedere al mercato giapponese si pongono una serie di difficoltà di tipo tecnico-logistico. Il Giappone, infatti, ha un tipo di organizzazione aziendale piramidale (e non verticistica come in Italia) e, pertanto, qualsiasi decisione importante viene sottoposta all'approvazione finale del personale dipendente, che comporta tempi lunghi di approvazione. Per la diversità del mercato nipponico, che va affrontato servendosi di preziosi ed esperti intermediari, il ruolo di società come la Jetro diviene, quindi, prezioso perché «il Giappone sia ancor più vicino».
Nello stesso Giappone, comunque, la presenza italiana è ben radicata, soprattutto nel settore alimentari.
«I giapponesi - ha evidenziato Hiroki Kato, condirettore della stessa Jetro - gradiscono molto i vini italiani, secondi per volume di vendita soltanto a quelli francesi, ma sono affascinati dalla vostra cucina. La presenza in Giappone di migliaia di ristoranti tipici è l'indicatore più efficace per dimostrare quanto sia apprezzato dai miei connazionali la vostra grande capacità culinaria, legata particolarmente alle produzioni locali».
Con quest'incontro italo-nipponico, l'attività della Camera di Commercio italo-orientale, ente no-profit riconosciuto dal ministero delle Attività produttive ed iscritto all'Unioncamere, ha messo a segno un altro importante colpo per incrementare il mercato con quel Paese.
Paolo Lerario

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