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Martedì 19 Settembre 2017 | 22:52

Era in auto con la fidanzata, ucciso: 3 condanne

L'omicidio fu commesso da tre rapinatori albanesi nel settembre 2002 nelle campagne di Modugno. La Corte d'assise ha inflitto 23 anni a chi sparò, 12 a testa ai complici. Vittima, un ragioniere di 30 anni. Indagarono i Carabinieri
BARI - La Corte d'assise di Bari ha condannato per omicidio volontario - a pene comprese tra i 23 e i 12 anni di reclusione - tre cittadini albanesi ritenuti responsabili dell'omicidio volontario a scopo di rapina di Giuseppe Lacalamita, il ragioniere di 30 anni ucciso con un colpo di pistola a Modugno (Bari) la sera del 23 settembre 2002. Fu assassinato mentre era appartato in campagna, nella sua Fiat Tipo, con la fidanzata, con la quale stava vedendo i fuochi d'artificio sparati in occasione della festa patronale.
Alla pena di 23 anni di reclusione è stato condannato il presunto esecutore materiale del delitto Florenc Seferi, di 20 anni, che sparò - secondo l'accusa - il proiettile mortale che ferì all'addome il trentenne; 12 anni di reclusione ciascuno sono stati invece inflitti ai suoi complici Indrit Tusha, di 28 anni e a suo cugino Arjan Tusha, di 26, quest'ultimo tuttora latitante. I tre imputati sono stati anche condannati a risarcire le parti civili (la fidanzata e i familiari della vittima) anche con provvisionali immediatamente esecutive.
In questo modo i giudici della Corte d'assise (presidente Salvatore De Feo, a latere Francesca La Malfa) hanno accolto le richieste del Pm inquirente Antonino Lupo, che aveva chiesto anche di concedere a Seferi le attenuanti generiche equivalenti e agli altri due le generiche prevalenti in qualità di concorrenti nel reato diverso da quello voluto (art.116 codice penale).
A portare alla condanna dei tre imputati, l'intercettazione ambientale fatta dai Carabinieri in un casolare di campagna. Nell'intercettazione due degli indagati parlano dell'omicidio e affermano, riferendosi al loro complice che avrebbe sparato: «Quello è cattivo, è capace di tutto. Quello ti f... tua madre». Ma c'è anche un dettaglio riferito dalla fidanzata di Lacalamita che disse agli investigatori che l'uomo che sparò al suo fidanzato parlava (così come i suoi complici) un italiano stentato e aveva sotto il passamontagna una benda bianca. Dopo l'arresto di Seferi i carabinieri scoprirono che il giovane aveva infatti il volto parzialmente bendato perché il giorno prima del delitto si era ustionato. Nel corso dell'inchiesta fu anche arrestato un minorenne albanese la posizione del quale è stata da tempo archiviata dal Tribunale per i minorenni di Bari.
Le indagini accertarono che Lacalamita durante il tentativo di rapina tentò con ogni probabilità di proteggere la sua fidanzata dai rapinatori facendole scudo con il proprio corpo: per questo fu colpito con un proiettile calibro 7,65 che entrò dal pettorale sinistro e fuoriuscì dalla spalla destra. La pallottola gli recise l'aorta uccidendolo sul colpo. La traiettoria del proiettile andò dall'alto verso il basso: questo - secondo il medico legale - significava che Lacalamita, seduto al posto di guida della vettura, si sarebbe girato verso il finestrino vicino a lui, che uno dei rapinatori aveva mandato in frantumi prima di sparare, e si sarebbe inclinato per proteggere la ragazza che era seduta sul sedile accanto.

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