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Mercoledì 20 Settembre 2017 | 23:49

Bari - «Bambini di mafia»

Sono 1.721 e hanno un'età media di dieci anni e mezzo, per loro che vivono tra Sicilia, Puglia, Campania e Calabria - secondo fonti dei Tribunali per i minorenni - la mafia è un'istituzione totale
BARI - Sono 1.721 e hanno un'età media di dieci anni e mezzo i bambini arruolati dai clan mafiosi in Sicilia, Puglia, Campania e Calabria. Per loro - secondo fonti dei Tribunali per i minorenni - la mafia è un'istituzione totale, un mezzo per maneggiare armi micidiali, gestire un forte potere di intimidazione sulla popolazione e avere in pugno la vita degli altri. Per questi bambini la mafia è un delirio di onnipotenza, un datore di lavoro dal quale, soprattutto trafficando e spacciando droga, guadagnano tanti soldi e conquistano la fiducia del boss.
Il dato è emerso nel pomeriggio nel corso del convegno nazionale «I Ragazzi della mafia», organizzato a Bari dall'Associazione dei magistrati per i minorenni e la famiglia e dalla Camera minorile di Bari. Il convegno è dedicato a Michele Fazio e Gaetano Marchitelli, i due garzoni di pizzeria di soli 15 anni uccisi da pallottole vaganti nel corso di due diversi agguati avvenuti a Bari negli anni scorsi durante la feroce e sanguinaria guerra tra clan che si combatte in città terrorizzando i baresi.
La stima sul numero dei bambini arruolati dalla mafia è stata fornita dal sociologo Maurizio Fiasco che ha anche analizzato le caratteristiche delle organizzazioni mafiose nelle quattro regioni a rischio e ha parlato del controllo che la mafia esercita sul minorenne per impedirgli di uscire dal clan di appartenenza, elogiando la sua attività criminale e garantendogli lauti guadagni e una quasi certa carriera da boss.

Ma come si diventa 'ragazzi di mafia'? Per Desirè Digeronimo, sostituto procuratore della Dda di Bari, è il degrado sociale il fertilizzante delle affiliazioni. «Un collaboratore di giustizia - ha detto - ci ha raccontato di aver scelto la strada del crimine perché quand'era bambino era circondato da gente armata. A dieci anni già spacciava droga e ha continuato così fino a quando non ha deciso di collaborare con la giustizia». La sua vita, come quella dei circa 1.800 minorenni censiti come 'bambini di mafia' è trascorsa così, «scadenzata senza soluzione di continuità - ha detto Digeronimo - da provvedimenti dell'autorità giudiziaria».
L'esempio del pm Digeronimo, titolare delle inchieste su alcuni clan mafiosi baresi, è solo un dato che emerge dagli atti dell'inchiesta su un potente clan cittadino che continua ad essere gestito da un boss detenuto da ormai 12 anni. Un clan che ha sempre usato bambini e ragazzini come sentinelle agli angoli delle strade per segnalare l'arrivo delle forze di polizia. Minorenni che poi sono diventati gregari e luogotenenti del boss. Per questo la Dda di Bari sta valutando in questi giorni, per la prima volta, se contestare al capoclan e ai suoi luogotenenti l'aggravante di aver arruolato ragazzi minorenni, talvolta loro figli e parenti.
In qualche caso, però, non è necessario far parte di una famiglia mafiosa per essere arruolato dalla mafia. Accade infatti che basti avere amici appartenenti a famiglie criminali per cadere nel vortice dell'illegalità. A Bari - ha spiegato il presidente del Tribunale per i minorenni di Bari, Franco Occhiogrosso - ci si avvicina al crimine anche a scuola dove diversi minorenni (ora imputati) hanno costretto loro coetanei più deboli a mettere negli zaini sostanze stupefacenti da spacciare nei bagni o nei corridoi dell'istituto. Accade anche che gli assistenti sociali, che prima erano confidenti delle famiglie a rischio, siano allontanati dalle famiglie malavitose, capita anche che per evitare un assistente sociale a ogni interlocutore sconosciuto la famiglia chieda i documenti d'identità.
Allora, cosa fare per restituire questi ragazzi alla legalità o per non farli arruolare dai clan? Secondo Occhiogrosso, bisogna tra l'altro «creare servizi sociali degni di questo nome sburocratizzando la loro gestione, fare in modo che la scuola non sia più un fortino isolato ma abbia un ruolo centrale, e occorre anche valorizzare l'attività dei pediatri che devono preoccuparsi se un loro paziente non si fa visitare per un anno». Ma bisogna capire - ha denunciato Occhigrosso - «che fine hanno fatto gli stanziamenti della Regione Puglia per creare comunità per giovani, che per ragioni misteriose non sono nate».
Durante l'incontro è stato ricordato più volte il grido di dolore lanciato dal procuratore generale della Corte d'Appello di Bari, Riccardo Dibitonto, all'inaugurazione dell'anno giudiziario. Dibitonto aveva detto che «la caratteristica gravemente negativa della criminalità barese è che essa è l'unica in Italia a utilizzare in modo continuo e professionale soggetti adolescenti, ai quali insegna l'uso delle armi e che utilizza, come sicari, quando dimostrano particolari capacità».
Roberto Buonavoglia

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