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Venerdì 22 Settembre 2017 | 22:49

Al via processo per lo scempio dell'Ofanto

Inizierà il 31 marzo dinanzi al tribunale di Barletta (quale giudice monocratico della sezione staccata del Tribunale di Trani) il processo a carico dei 115 imputati
TRANI - Inizierà il 31 marzo dinanzi al tribunale di Barletta (quale giudice monocratico della sezione staccata del Tribunale di Trani) il processo a carico dei 115 imputati accusati a vario titolo dello scempio del fiume Ofanto.
Dopo l'avviso di conclusione delle indagini, il sostituto procuratore della Repubblica di Trani, Antonio Savasta, ha ribadito le accuse nel decreto di citazione diretta a giudizio a carico dei numerosissimi agricoltori che hanno occupato, sbancato e modificato oltre 200 ettari dell'alveo fluviale.
Contestata la violazione della normativa sulle aree protette; il fiume, peraltro, è sottoposto a vincoli ambientali e ritenuto sito d'interesse comunitario.
Un dissesto ecologico che si consuma nel tratto di riva tra Barletta e Canosa. Ma un'analoga situazione si presenta anche sul tratto fluviale che ricade nel territorio di competenza della Procura di Foggia, dove, perciò, l'inchiesta tranese non è sconfinata.
Luoghi dov'è rimasto ben poco di quello che Orazio definiva il "fiume dalle verdi sponde".
A giugno scorso, concomitatamente alla notifica dell'avviso di conclusione delle indagini, il procuratore capo della Repubblica di Trani, Nicola Barbera, ed il Pm Savasta diffidarono formalmente le istituzioni competenti a promuovere tutti gli atti amministrativi per far cessare (o comunque limitare) gli effetti dell'ultimo disastro ambientale: in pratica, azioni possessorie nei confronti degli agricoltori ed opere di bonifica.
E, difatti, in questi mesi il Demanio ha attivato le procedure per riottenere la disponibilità dei terreni abusivamente occupati e sbancati.
Inizialmente l'assessorato regionale ai lavori pubblici - Ufficio del Genio Civile di Bari ha notificato un'ordinanza per "l'abbandono e la riduzione in pristino" dei terreni rientranti nelle cosiddette aree golenali.
Il provvedimento, imponeva entro 60 giorni, "la riduzione al primitivo stato dei luoghi e l'abbandono del terreno demaniale anche attraverso l'estirpazione della coltura abusiva", ferma restando la richiesta di risarcimento danni.
Ma ad oggi i terreni sono ancora in stato di degrado, perché, in pratica gli agricoltori non hanno adempiuto all'ordinanza.
La Procura evidenziò anche «il grave pericolo, immanente nella zona, di piene e straripamenti con conseguenti rischi di danno a persone e cose». Di qui "l'invito" alla Regione Puglia «ad adottare tutti i provvedimenti necessari ad evitare che sia messa in pericolo la pubblica incolumità».
L'indagine ha ricostruito l'immane scempio perpetrato in lunghi anni in cui gli agricoltori, secondo l'accusa, non solo hanno abusivamente occupato i terreni demaniali, ma hanno anche disboscato e costruito opere, sino a giungere alla deviazione dell'originario percorso dell'Ofanto, all'abbassamento degli argini ed alla vera e propria cancellazione dell'habitat naturale (flora e fauna) ormai presente solo sulla nomenclatura delle "vecchie" mappe.
Una sorta di terra di nessuno (in realtà del Demanio Regionale) dove numerosissimi agricoltori hanno "coltivato" i propri interessi, "in una zona - si leggeva nell'avviso di conclusione delle indagini - dichiarata d'interesse comunitario, e quindi da considerarsi aria naturale protetta, senza preventiva autorizzazione paesaggistica."
Due le facce dell'accusa. La prima concerne l'occupazione abusiva dei beni demaniali, la seconda, invece, riguarda il divieto di coltivazione nel caso in cui (così com'è avvenuto) «l'intervento colturale determina l'alterazione dell'assetto idrogeologico».
Ma questo non è che un filone dell'indagine, visto che il Pm ha stralciato le ipotesi riguardanti i reati ambientali per scongiurare il rischio prescrizione.
In futuro, infatti, il Pm potrebbe giungere a contestare, con separati atti, anche l'ipotesi di associazione per delinquere.
Antonello Norscia

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