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Martedì 26 Settembre 2017 | 15:00

Evaso ad Andria un pericoloso killer

Scomparso da casa (era agli arresti domiciliari) il boss Francesco Pistillo: uccise a colpi d'ascia Agostino Pastore, capo del clan rivale. Si temono nuove vendette
Non c'è pace ad Andria. Per due giovani leve che finiscono in carcere, un omicida che evade dagli arresti domiciliari.
Segno che la malavita si organizza nonostante tutto e tutti, tanto che riesce difficile credere ad una semplice coincidenza.
Più facile immaginare, invece, che la piazza del malaffare, soprattutto del mercato degli stupefacenti, non si può lasciare in balia di chi sarebbe pronto a capovolgere gli equilibri o ad approfittare di un vuoto di potere.
E così, tra misteri ed interrogativi, da stamattina Francesco Pistillo è a tutti gli effetti un evaso.
Il 32enne andriese, appartenente all'omonimo clan che ha segnato l'ultima faida della malavita andriese, ha lasciato la sua abitazione, dov'era detenuto ai domiciliari.
Un beneficio dovuto alle sue condizioni di salute che gli hanno consentito di lasciare il carcere nonostante l'ultima condanna a 24 anni di detenzione per l'omicidio di Agostino Pastore, il capo del clan rivale.
Il 9 novembre scorso la Corte d'assise d'appello di Bari confermò la condanna inflitta in primo grado dalla Corte d'assise di Trani il 5 marzo 2003.
Ma oggi pomeriggio durante un controllo nel suo domicilio, così come avviene costantemente ma a sorpresa (in orari sempre diversi) per chi beneficia degli arresti domiciliari, Francesco Pistillo non è stato trovato in casa.
È subito partita una caccia all'uomo, ritenuto personaggio di spicco della malavita, che evidentemente aveva necessità di evadere per preparare qualche «mossa».
La Polizia ha perlustrato vaste zone della città e del circondario, interrogando diverse persone che potessero offrire informazioni utili per riammanettarlo.
Ma nonostante gli sforzi investigativi e le ricerche delle Forze dell'ordine, di Francesco Pistillo non si è trovata traccia.
Sono state anche ispezionate diverse abitazioni dove Pistillo avrebbe potuto trovare ospitalità.
È naturale considerare che la sua evasione costituisce un campanello d'allarme importante per gli equilibri e le attività della malavita.
Tanto più che giunge all'indomani dell'arresto dei fratelli Giuseppe e Salvatore Pesce, nipoti di Pistillo e nuove leve del clan dopo che condanne giudiziarie e morti ammazzati hanno falcidiato la famiglia-clan.
Numerose le ipotesi sul perché dell'evasione, non certo legata ad uno stato di depressione ma a qualche preciso "disegno".
Anche se, considerato il momento in cui è Pistillo è evaso, molti elementi farebbero propendere per una "supplenza" dei Pesce nel tenere le fila del mercato degli stupefacenti. Con la Polizia che a seguito dell'operazione antidroga "Tuono" di ieri già è alla ricerca di due latitanti, gli extracomunitari Tarek Smani e Mohamed Khoualef, sfuggiti all'arresto chiesto dal Pubblico Ministero Luigi Scimè ed ordinato dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trani Michele Nardi.
Dinanzi al quale i fratelli Pesce, già noto noti alle Forze dell'ordine nonostante la giovane età, alle 10,30 di lunedì compariranno per l'interrogatorio di garanzia, assistiti dall'avv. Massimo Ungaro.
Ma l'evasione di Pistillo getta timori anche per un'eventuale nuova e cruenta stagione di sangue.
Da tutto questo l'intensa attività investigativa avviata, sfociata comunque in risultati. La Polizia, infatti, in un'immobile, dove si sospettava che l'evaso si fosse rifugiato, ha sequestrato una pistola, un fucile a canne mozze e dosi di marijuana, non riuscendo però ad arrestare il detentore dell'abitazione perché irreperibile.
Per l'omicidio Pastore, Pistillo fu condannato a 24 anni di reclusione perché ritenuto responsabile esecutore materiale del delitto del boss, ammazzato a colpi d'ascia a casa "Zingaro". Nel feudo della "Pupa Nera", all'anagrafe Teresa Lopetuso, poi anche lei morta ammazzata proprio per la vendetta consumata dagli appartenenti al clan Pastore, il 24 settembre 2000 il boss fu attirato con un tranello (la vittima era padrino di un nipote della Lopetuso) e ucciso a colpi d'ascia.
Poi il suo corpo fu trasportato a bordo della sua Fiat Uno, data alle fiamme in Contrada Zagaria dove fu rinvenuta 3 giorni dopo.
L'inchiesta del Pubblico Ministero tranese Giuseppe Maralfa (lo stesso magistrato di turno oggi e dunque competente per l'evasione di Pistillo) si arricchì delle dichiarazioni di Antonio Zingaro che, sfuggito all'agguato in cui rimasero vittima madre e fratello, svelò i retroscena del delitto Pastore.
Zingaro si autoaccusò del delitto, chiamando in causa Francesco Pistillo ed Antonio Ferri.
Nel giudizio abbreviato di primo grado Zingaro fu condannato a 14 anni e 6 mesi di reclusione. Pistillo e Ferri, invece, optarono per il dibattimento venendo condannati entrambi a 24 anni di reclusione sia in primo grado che in appello.
L'ergastolo, invocato dal Pm Maralfa, fu evitato per l'incidenza delle cosiddette "attenuanti generiche".
Ora è caccia all'uomo. E a distanza di poche ore trova piena conferma quanto scritto dal giudice Nardi nell'ordinanza di custodia cautelare che ha aperto le porte del carcere per i fratelli Pesce: «il lavoro investigativo ha permesso di evidenziare la metodologia ed il perfetto funzionamento di una semplice ma agguerrita aggregazione malavitosa esistente ad Andria, che se pur non ha evidenziato caratteristiche di una vera e propria associazione a delinquere, ha posto in essere senza alcuna remora un vero e proprio disegno criminoso che vasto allarme ha provocato e tuttora provoca nella parte sana e laboriosa della cittadinanza andriese».
Antonello Norscia

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