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Sabato 20 Gennaio 2018 | 16:12

I giornalisti tra «cani da guardia» o «da salotto»

In un forum organizzato dall'Ordine regionale dei giornalisti di Puglia si parla sul disegno di legge sulla diffamazione per mezzo della stampa, passata alla Camera e che si accinge ad essere discussa al Senato
BARI - Non più carcere per i giornalisti che diffamano, ma sospensione dall'attività professionale da uno a sei mesi e in più una serie di sanzioni civili: su queste sanzioni, previste nel disegno di legge sulla diffamazione per mezzo della stampa, passata alla Camera e che si accinge ad essere discussa al Senato, si è parlato stamane in un incontro nella sede dell'Ordine dei giornalisti di Puglia.
Parlamentari, giornalisti, tecnici, studiosi della comunicazione si sono interrogati sull'efficacia e sulla opportunità di queste nuove norme, e si sono chiesti se e quali modifiche esse porteranno nel lavoro del giornalista. Più in generale - ha osservato il segretario del Consiglio nazionale dell'Ordine, Vittorio Roidi - occorre sapere se il giornalista è chiamato a svolgere il ruolo di cane da guardia del potere o piuttosto quello di 'cane da salottò.
In molti hanno detto di essere «inquieti e preoccupati», pur riconoscendo che sul versante dell'informazione ci sono due diritti entrambi sacrosanti: quello della libertà di informazione e quello della tutela della dignità della persona. Allora bisognerebbe «trovare la maniera - ha sostenuto Nicola Colaianni, ex componente della Corte di Cassazione - di far quadrare il cerchio». «Il disegno di legge in discussione - ha affermato - avrebbe riflessi sull' intero sistema penale perché, nato sull' onda di una emergenza (la condanna alla reclusione del sen. Lino Iannuzzi), potrebbe in futuro comportare una riflessione complessiva su reati analoghi a questo».

Il ddl - è stato sottolineato - chiama in causa sia i direttori dei giornali anche per l'aspetto che riguarda la rettifica sia gli Ordini dei giornalisti per il rispetto delle regole deontologiche. «In Italia - ha spiegato il segretario del Consiglio nazionale dell' Ordine, Vittorio Roidi - da cinquant'anni sono stati sottovalutati i diritti dei cittadini ed è stata esaltata la libertà di stampa forse perché si usciva da un periodo di repressione fascista». «Io - ha detto ancora - non ho paura della legge e invito i giornalisti italiani a fare come me, perché la situazione attuale impone che si prendano delle decisioni».
Un aspetto della professione strettamente collegato con la diffamazione, è quello della rettifica. «In Italia - ha detto Roidi - le rettifiche non sono mai pubblicate perché l'azienda-giornale non le pubblica; e allora diciamo chiaramente che la rettifica va fatta e dovrebbe avere un effetto pratico; i giornalisti che hanno sbagliato devono pagare non potendo restare impuniti». «Questo comporterà maggiore vigilanza da parte dei direttori dei giornali, ammesso che questi - ha proseguito - possano conoscere le fonti di ogni singolo articolo, in un' ottica di responsabilità precisa e dettagliata all' interno dei giornali».
«Gli Ordini dei giornalisti poi devono lavorare e rafforzare la propria credibilità - ha aggiunto - perché sono i cani da guardia del sistema e i legislatori devono decidere se vogliono in fin dei conti dei cani da guardia o da salotto».

Il presidente dell'Ordine dei giornalisti di Puglia, Michele Partipilo, riprendendo quest'ultimo aspetto del dibattito, ha precisato che gli Ordini «devono essere messi in grado di intervenire» e ha anche sottolineato che quella dei giornalisti «è una delle pochissime categorie professionali che non si aggiorna».

Da qui la proposta-provocazione fatta insieme con il direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, Lino Patruno: ogni tre rettifiche da parte dello stesso giornalista, questi dovrebbe partecipare obbligatoriamente a un corso di aggiornamento presso il proprio Ordine professionale. «Sarei pronto - ha affermato Patruno sempre sul tema delle rettifiche - ad istituire una rubrica quotidiana dedicata ad esse, perché la rettifica è un diritto di replica che spetta a tutti».
Necessità di regolamentare con saggezza l'attività del giornalista quindi, ma anche timori che queste norme possano limitarne in quale modo la libertà. Timori che sono stati espressi anche dal penalista Corso Bovio, da sempre attento ai temi della comunicazione: Il disegno di legge in discussione va ritoccato, perché in definitiva - ha detto - «nel togliere la galera si sono messi su un piatto altri ostacoli alla libertà di informazione».

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