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Venerdì 22 Settembre 2017 | 17:29

«La Puglia svende le sorgenti d'acqua»

Le concessioni costano un euro per ettaro, nella pianura veneta quasi 567 euro. In compenso l'acqua in bottiglia costa ai cittadini molto più di quella del rubinetto. Un giro d'affari che si aggira intorno ai 2 miliardi di euro, spartiti tra 160 imprese che immettono sul mercato 280 marche differenti
ROMA - Molto meno cara e molto più sicura. L'acqua corrente, quella del rubinetto, non teme paragoni con la minerale, sia in termini di costi, si tratta di 0,50 centesimi al metrocubo contro gli oltre 500 euro della minerale) che di qualità. Ma i consumi e i profitti delle multinazionali e dei grandi gruppi che si spartiscono il mercato dell'acqua in bottiglia non arrestano la loro crescita. La produzione nazionale l'anno scorso ha sfondato gli 11 miliardi di litri con un'impennata dell'8,2% sul 2002. Che era già da record, visto che da una decina di anni il mercato è in inarrestabile espansione (88% di crescita dal 1990). E anche il 2004 non si preannuncia certo avaro di soddisfazioni. Tutto, per un giro d'affari che si aggira intorno ai 2 miliardi di euro, spartiti tra 160 imprese che immettono sul mercato 280 marche differenti. Tanti marchi ma pochi grandi colossi che ne hanno il controllo: su tutti Nestlè, San Benedetto e, grazie alla recente acquisizione di Italaquae da Danone, la new entry Lgr Holding di Carlo Pontecorvo.
Gli italiani continuano a scegliere l'acqua in bottiglia e lo fanno perchè convinti che sia migliore. Come sostengono le massicce campagne pubblicitarie messe in piedi dai grandi gruppi che la producono. Una realtà che spesso non trova riscontro nei fatti. A partire dalla qualità dell'acqua. Ci sono in commercio molte marche che hanno una concentrazione di solfati, nitriti, nitrati e altri sali in quantità tali da essere considerate non potabili secondo i criteri di valutazione che normalmente si applicano nei controlli sugli acquedotti.
LEGISLAZIONE LACUNOSA, LIMITI PRESENZA SALI DIVERSI DA ACQUA POTABILE
In gran parte il vantaggio competitivo per l'acqua imbottigliata, oltre all'imponente pressione pubblicitaria, ha origine in una legislazione per molti versi lacunosa. A partire dalle caratteristiche imposte per legge all'acqua, con parametri molto più stringenti per quella di rubinetto rispetto a quella minerale. Un'acqua che può contenere sali in grande abbondanza, in quantità tale da essere dannosa per la salute. Ma per la normativa si tratta quasi sempre di acqua buona da bere.
Per esempio, un'acqua minerale con un contenuto di nitrati inferiore a 10 milligrammi/litro può vedere riconosciuta in etichetta la dicitura particolarmente adatta alla prima infanzia. Ma se la soglia viene superata la legge non impone di scrivere che è dannosa per i bambini. E lo stesso avviene per tante delle altre caratteristiche più pubblicizzate dai principali marchi. Un'acqua con elevato contenuto di sodio è sconsigliata alle persone affette da malattie cardiovascolari, ma non c'è alcuna controindicazione in etichetta. L'acqua potabile, al contrario, ha limiti precisi per i sali minerali, in modo che l'oraganismo possa avere una dose bilanciata di oligoelementi.
A SPARTIRSI MERCATO NESTLE' (24%), SAN BENEDETTO (15%) E LGR HOLDING (8,5%)
A spartirsi la torta di uno dei mercati più redditizi d'Italia sono fondamentalmente quattro grandi gruppi: Nestlè (24% con Pejo, Levissima, San Pellegrino, Panna, Recoaro tra i marchi principali), San Benedetto (15% con Guizza, Nepi, San Benedetto), Lgr holding (8,5% con Ferrarelle, Vitasnella, Boario Santagata) e Co.ge.di (8% con Uliveto e Rocchetta). A fronte di un mercato enorme, però, c'è una legislazione che 'fa acquà da tutte le parti. Il comparto, come denunciato da Legambiente in una recente inchiesta, è tuttora in larga parte governato da un regio decreto del 28 settembre 1919.
Una legge ovviamente inadeguata, che è stata solo aggiornata su qualche punto specifico. E spesso a vantaggio della potente lobby dei produttori. Col risultato principale che le regioni svendono le proprie sorgenti a prezzi irrisori. Il quadro che si delinea analizzando le diverse realtà regionali è desolante. In Abruzzo per accaparrarsi un redditizio zampillo si sborsa, indipendentemente dalla produzione, la somma forfettaria annua di 2.582,28 euro per le minerali e di 1.291,14 euro per le acque di sorgente, identiche a quelle di rubinetto, eccezion fatta per l'imbottigliamento alla fonte.
REGIONI SVENDONO SORGENTI A PREZZI IRRISORI
Sempre a prezzi da saldo gli affitti di un gruppo di regioni dove non c'è una quota fissa, ma si paga in base al numero di ettari assegnati per svolgere l'attività. E' così in Puglia (1,03 euro per ogni 10 mila metri quadrati di concessione), in Liguria (5,01 euro), nelle Marche (5,16), in Emilia Romagna (10,33), in Piemonte (20,65), in Sardegna (32,1), in Campania (32,87 euro), nel Lazio (61,97), in Toscana (63,5).
Un paradosso che, in un passaggio delicatissimo per le casse regionali, fa gridare allo scandalo. In Lombardia, ad esempio, dove pure le tariffe sono state adeguate nel 2003, si spende decisamente di più per lo smaltimento delle bottiglie di plastica, il residuo ultimo di un processo produttivo ad esclusivo vantaggio delle aziende. Per non parlare della sproporzione fra chi ha incrementato le tariffe e chi è rimasto fedele alla linea della svendita: le concessioni costano un euro per ettaro in Puglia, quasi 567 nella pianura veneta.
ETICHETTE NON AIUTANO LA COMPRENSIONE, RESIDUO FISSO PRIMO DATO DA LEGGERE
Anche le associazioni dei consumatori sono scese in campo più volte per mettere in guardia gli italiani. In particolare, osservano, il consumatore chiede genericamente acqua minerale, al massimo sceglie quella gassata o liscia. Evidentemente non basta. Certo è che le etichette non aiutano nella scelta, perchè la composizione viene indicata con sigle chimiche, di difficile comprensione.
Dalle indicazioni raccolte presso le principali associazioni si ricavano consigli utili per evitare spiacevoli sorprese. Il primo dato da leggere è il residuo fisso, cioè la quantità di sali minerali disciolti in un litro d'acqua, che dà l'idea della «pesantezza» dell'acqua stessa: si passa da quelle minimamente mineralizzate a quelle ricche di sali minerali. Il consiglio largamente condiviso è quello di scegliere quelle che presentano un residuo fisso tra 400 e 600 milligrammi al litro (mg/l). Sicuramente, poi, le acque minerali gassate, naturalmente o artificialmente, sono sconsigliate per chi soffre di acidità, gastrite o ulcera. Un'ultima avvertenza per le proverbiali proprietà diuretiche: l'effetto pulizia interna è dovuto alla quantità e non alla qualità dell'acqua bevuta.
LA MAPPA DELLE CARATTERISTICHE E DELLE CONTROINDICAZIONI
Ecco una mappa delle principali caratteristiche e controindicazioni rintracciate nell'acqua minerale:
Le solfate (limite 200 mg/l). Soprattutto se abbinate al magnesio (limite 50 mg/l) hanno un effetto lassativo e possono interferire con l'assorbimento del calcio.
Le clorurate (limite 200 mg/l). Contengono maggior quantità di sodio e sono sconsigliate per gli ipertesi.
Quelle calciche (limite 200mg/l), risultano «pesanti» e danno all'acqua un sapore particolare ma non provocano i calcoli.
Le florurate (limite 1 mg/l). Possono dar luogo alla screziatura nello smalto dei denti e influiscono sulla mineralizzazione delle ossa: attenzione a farla bere ai bambini.
I nitrati (NO3, limite 25 mg/l, per i bambini 10 mg/l). Sono un indicatore dell'inquinamento del terreno. Purtroppo è difficile trovare una acqua priva di nitrati.
C'è infine il problema di alcuni metalli tossici, quali l'arsenico, il cadmio, il (tri)cromo, che non devono superare i valori di legge, dei quali ovviamente si sconsiglia l'assunzione.

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