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Giovedì 21 Settembre 2017 | 03:40

Il giudizio della Cassazione sul delitto Mansi

Cinque imputati di un crimine orrendo: ad Andria rapirono, tentarono di violentare e bruciarono da viva la piccola Graziella di 8 anni. Il «branco» già condannato all'ergastolo
TRANI - Sul delitto di Graziella Mansi stasera potrebbe cadere definitivamente il sipario giudiziario.
Nel tardo pomeriggio, infatti, è attesa la pronuncia della Corte di Cassazione sull'impugnazione promossa dalla difesa dei cinque imputati accusati e condannati in due gradi di giudizio per l'efferato omicidio di Castel del Monte.
La Corte d'Assise di Trani, prima, e la Corte d'Assise d'Appello di Bari, poi, hanno condannato all'ergastolo quattro dei cinque imputati del "branco" che il drammatico pomeriggio del 19 Agosto 2000 avrebbero rapito e tentato di violentare la piccola Graziella Mansi, di 8 anni, poi uccisa appiccandole fuoco quand'era ancora viva: Giuseppe Di Bari, Vincenzo Coratella, Domenico Margiotta, e Michele Zagaria, tutti giovanissimi andriesi.
Il massimo della pena fu evitato solo da Pasquale Tortora, anch'egli fresco maggiorenne di Andria, che in primo grado chiese di essere giudicato col rito abbreviato col relativo sconto di pena. Per colui che adescò la bambina alla fontanella del maniero federiciano la condanna fu di trent'anni; anche questa confermata in grado d'appello.
Tutti gli imputati sono ricorsi in Cassazione ed oggi si conoscerà l'esito dell'ultimo grado di giudizio.

Due i possibili scenari: la conferma o la cassazione delle sentenze d'appello a carico di Tortora e dei suoi presunti quattro complici.
Nel primo caso la vicenda giudiziaria sarebbe coperta dal giudicato e la pena inflitta sinora agli imputati diverrebbe definitiva. Nel secondo caso, invece, la Corte casserebbe la sentenza impugnata e rimetterebbe gli atti ad un altro collegio di Corte d'Assise d'Appello per un nuovo processo di secondo grado, che, al suo culmine, potrebbe riaprire le vie della Cassazione.
Nel frattempo, però, gli imputati rimarrebbero in carcere perché la decorrenza dei termini di custodia consentirebbe comunque un nuovo processo di ragionevole durata.
Ovvio che innanzi alla Suprema Corte si discuteranno solo profili di legittimità e non anche di merito com'è stato nei primi due gradi di giudizio.
La questione principale riguarda l'utilizzabilità delle prime dichiarazioni rese da Zagaria con cui il giovane si autoaccusava del delitto coinvolgendo anche il resto del "branco".
Dichiarazioni non utilizzabili secondo la difesa per un vizio di forma nell'assunzione a causa di una successione di norme giuridiche che non sarebbe stata rispettata dal sostituto procuratore della Repubblica di Trani Francesco Bretone.
Per la difesa, dunque, quelle dichiarazioni, dunque, sono come se non ci fossero. Peraltro, successivamente, Zagaria le ritrattò.
La questione è importante perché secondo Carmine Di Paola, uno dei difensori, la sentenza di secondo grado si basa proprio sulle iniziali dichiarazioni di Zagaria. Una sentenza che, a detta dell'avvocato barlettano, accantona l'autodenuncia e le accuse di Tortora rese ai Carabinieri dopo il delitto perché dalla perizia psichiatrica eseguita in secondo grado si evincerebbe la sua inaffidabilità.

Antonello Norscia

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