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Mercoledì 20 Settembre 2017 | 04:20

Reduce pugliese: la mia vita dopo Nassiriya

L'appuntato scelto dei carabinieri, Antonio Altavilla, a chi gli chiede l'età risponde serio: «38+1, compirò gli anni il 12 novembre anche se sono nato a giugno»
BISCEGLIE (BARI) - A chi gli chiede l' età risponde serio: «38+1, compirò gli anni il 12 novembre anche se sono nato a giugno». La sua vita, infatti, è finita e ricominciata proprio quel maledetto 12 novembre 2003, al primo piano dell' edificio che ospitava gli uffici del contingente italiano a Nassiriya. Aveva da poco telefonato alla moglie e stava parlano con i marescialli Filippo Merlino e Marilena Iacobini: il primo è morto, l' altra è rimasta ferita nella strage.
Di quel giorno l' appuntato scelto dei carabinieri, Antonio Altavilla, sposato e padre di due bambine, ricorda solo le raffiche di kalashnikov e la tremenda esplosione che squarciò l' edificio e lo seppellì sotto una montagna di calcinacci e vetri, causandogli numerose ferite anche interne che non gli permetteranno mai di dimenticare la furia dei terroristi. Quel giorno fece solo in tempo ad accorgersi che il suo corpo era devastato dalle ferite e che un' emorragia rischiava di ucciderlo. Poche ore più tardi andò in coma farmacologico. Si risvegliò all' inizio di dicembre nell' ospedale militare americano di Landstuhl (Germania): accanto a lui c' erano la moglie Silvia e il medico che lo aveva in cura, il colonnello statunitense Taylor Putnam. Due persone che non lo hanno mai abbandonato.
Ora che è tornato a vivere, l' appuntato Altavilla, in forza all' XI Battaglione Puglia di Bari, ha un sogno che l' Arma può contribuire a realizzare: «Voglio andare in Germania - spiega dalla sua abitazione di Bisceglie - per incontrare medici e paramedici che hanno fatto in modo che sopravvivessi, che non mi hanno mai lasciato solo. Se sono vivo è grazie a loro e alla testardaggine del colonnello Putnam». Con l' ufficiale-medico Altavilla si è incontrato quest' estate per un paio di ore, proprio a Bari. «Lui è stato di una gentilezza infinita - spiega il militare - ha organizzato una crociera nel Mediterraneo per incontrarmi e per far conoscere le nostre famiglie. Ho provato una gioia indescrivibile».
«Molti subito dopo l' attentato, infatti, mi davano per spacciato, volevano gettare la spugna, credevano che sarei morto perchè ogni giorno c' era una complicazione e il mio quadro clinico si aggravava. Invece, l' inossidabile Putnam ha insistito con le terapie e ha contribuito al miracolo». Il militare aveva infatti il fegato bucato dalle schegge, lesioni ai polmoni e al diaframma, ferite su tutto il corpo, la scapola omerale danneggiata, un pezzo di metallo conficcato nel braccio destro che gli aveva provocato un' emorragia interna, danni all' intestino e infezioni al sangue.
Dopo l' attentato fu prima trasferito all' ospedale civile di Nassiriya, poi in quello militare Usa, poi ancora nell' ospedale americano di Landstuhl, al nosocomio militare del Celio (Roma) e, infine, al policlinico di Bari. Tornò a casa il 17 gennaio 2004, dopo oltre due mesi di ricoveri. Lì riabbraccio le sue due bambine: Lorena, di 14 anni, e Erika di 6. «Moglie e figlie - ricostruisce - sono rimaste scioccate nel sapere che ero tra i feriti, ma sapevano che facendo missioni all' estero, e quella in Iraq era la mia quinta missione, il rischio che mi potesse accadere qualcosa era davvero molto alto».
Altavilla ancora oggi è sottoposto a terapie e non è ancora tornato al lavoro. Ma non si sente solo. «Il mio comandante di compagnia e del Battaglione mi sono vicini, come mi è vicina l' Arma che ogni tanto ci elargisce sussidi che consentono a noi feriti di incrementare lo stipendio base che percepiamo stando in malattia». Ma cosa potrebbe fare in più lo Stato per i propri militari morti in servizio? «Potrebbe estendere - propone Altavilla - la propria attenzione alla famiglia di origine della vittima, magari dando un lavoro a chi ne ha bisogno, come fratelli e sorelle».
Roberto Buonavoglia

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