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Martedì 17 Ottobre 2017 | 13:15

Non progettò di uccidere sacerdote

Medico a processo
tre anni di reclusione
per falso e tentata estorsione

Medico a processo  tre anni di reclusione per falso e tentata estorsione

BARI - Licenziato per motivi disciplinari e non riuscendo ad essere reintegrato nel suo posto di lavoro, un medico ha deciso di farsi giustizia da solo: ha messo in atto - secondo l’accusa – un’estorsione nei confronti del suo ex datore di lavoro, don Mimmo Laddaga, sacerdote di 53 anni, e poi ha tentato di commissionare l’omicidio del prelato sia ad esponenti del clan camorristico Pecoraro, operante nel salernitano, sia alla mala tarantina. 

Per questi fatti è stato posto agli arresti domiciliari il dermatologo cinquantenne Roberto Giannico, ex dirigente medico della colonia hanseniana, di Gioia del Colle (Bari), gestita dall’ente ecclesiastico ospedale 'Miullì di Acquaviva delle Fonti (Bari).

Il medico, attualmente in servizio alla Asl 5 di Valsinni (Matera), è stato arrestato da militari della Guardia di Finanza in base ad un ordine di custodia cautelare emesso dal gip del tribunale di Bari, su richiesta della procura della Repubblica. E’ accusato di tentativo di estorsione, e falsità materiale e ideologica commessa da pubblico ufficiale.

Il gip del tribunale di Bari non ha invece accolto la richiesta della pubblica accusa di arrestare il medico per il tentativo di omicidio del sacerdote e suo datore di lavoro, don Mimmo Laddaga, che vive ora sotto protezione. 
Secondo il giudice, il reato di tentativo di omicidio non può essere contestato all’indagato perchè egli – a quanto si apprende – ha solo immaginato il piano ma non lo ha messo in atto, anche se alcune intercettazioni telefoniche rivelerebbero presunte sue intenzioni di organizzare il delitto. 

Secondo gli inquirenti, invece, l’omicidio del prelato è sfumato anche perchè tra il medico e il primo, potenziale, killer che egli avrebbe contattato, non è stato raggiunto l’accordo economico per compiere il delitto, per il quale il sicario chiedeva 50.000 euro.

LA STORIA
Agli inizi del luglio 2009, secondo la direzione dell’ospedale Miulli, il dottor Giannico falsifica ed altera diari clinici di due pazienti in cura al lebbrosario di Gioia del Colle, per occultare un presunto caso di malasanità a lui attribuito. Don Laddaga è irremovibile e licenzia in tronco il dirigente medico. Un’ingiustizia per Giannico che presenta un ricorso al Tribunale del Lavoro di Bari: una procedura d’urgenza ex art. 700 cpc per bloccare il licenziamento. Il 30 giugno scorso i giudici rigettano la richiesta e il 20 agosto scorso sempre i giudici baresi rigettano il reclamo presentato dal ricorrente contro l’ordinanza del 30 giugno: il licenziamento viene ritenuto giusto. 

Giannico, a quel punto, decide di farsi giustizia da solo: gli anni trascorsi nel nosocomio per lebbrosi non gli sono serviti solo per accumulare una preziosa esperienza scientifica, ma anche ad accumulare una serie di informazioni sulla gestione dell’ente: storie – secondo Giannico e sulle quali la Procura di Bari ha aperto un’inchiesta parallela – di presunta mala sanità, ma anche di presunta mala gestione, di falsi ricoveri, di presunto sperpero di denaro pubblico (l’ente riceve cospicui finanziamenti dalla Regione Puglia), di patrimoni “distratti”, donati al lebbrosario e messi invece a disposizione del Miulli. 

Storie attuali, ma anche storie di un passato non poco inquietante: neonati partoriti (Giannico sostiene di essere a conoscenza di almeno due casi) da pazienti dell’ospedale che venivano dichiarati morti dopo la nascita, ma poi dati illegalmente in adozione (anche su questo particolare aspetto la Procura ha avviato un’inchiesta). 

Informazioni che Giannico raccoglie in un vero e proprio “dossier” – teso a screditare l’Ente Ecclesiastico, ma anche la Regione Puglia – che minaccia di consegnare alla stampa se non saranno accolte le sue richieste di denaro (circa un milione e mezzo) che formula ad un alto prelato tarantino che contatta don Laddaga. Quest’ultimo, però, è disposto a concedere al suo ex dipendente non più di 50mila euro per aver interrotto il rapporto di lavoro senza preavviso. 

A quel punto il dermatologo tarantino mette in atto più strategie vendicative. Una sul piano per così dire della denuncia alle istituzioni competenti: il dossier viene inviato alla Procura nazionale antimafia, alla Procura di Bari, alla Corte dei Conti, alla Commissione parlamentare d’inchiesta in campo sanitario e all’assessorato regionale alla Sanità.
L’altra sul piano della denuncia mediatica: Giannico invia prima una denuncia anonima a firma “di una dipendente del Miulli” che un noto quotidiano, nell’agosto scorso riporta, il titolo è: “Puglia, il lebbrosario fantasma: 300 posti letto, nessun paziente”. 

Poi inizia a contattare personalmente alcune redazioni di quotidiani nazionali, Il Manifesto e La Padania, nella convinzione che i due giornali politici possano avere (su due versanti completamente opposti) un grande interesse a screditare la struttura ecclesiastico-ospedaliero. Un’azione tesa a gettar fango sull’Ente che doveva servire a convincere i dirigenti dell’ospedale a sborsare la somma richiesta, poi scesa a 600/700mila euro. Ma più don Laddaga resisteva alle pressione, più Giannico contatta la trasmissione di Rai 3, Il male dentro; cerca di prendere contatti con: la giornalista del Tg3, Maria Luisa Busi, Michele Santoro per Annozero, Beppe Grillo, Striscia la Notizia, le Iene. Ma anche testate giornalistiche come La Repubblica e l’Espresso. 

Intuito, però, che questa strategia non porta i risultati ottenuti il medico tarantino comincia a prima a desiderare e poi a pianificare la morte del suo ex datore di lavoro. Quelle che prima sono solo propositi di morte raccontati al telefono a qualche amico o parente si trasformano in un vero e proprio piano. Così come risulta anche da indagini svolte dai Carabinieri della Compagnia di Lagonegro: il medico tarantino ha contatti con un esponente del clan camorristico salernitano “Pecoraro”. 

E’ quest’ultimo che presenta a Giannico un personaggio di spicco del proprio clan in grado di poter compiere l’omicidio. Secondo gli inquirenti il medico incontra il possibile killer del prete proprio a Salerno l’8 ottobre scorso. La somma, però, richiesta (non meno di 50mila euro) è troppo alta. I due non trovano un accordo. Per questo motivo l’indagato si rivolge alla mala tarantina, ma comincia a meditare di compiere lui stesso l’omicidio. Di qui la necessità, da parte della Procura di Bari, di dare un’accelerazione all’inchiesta, e quindi arrestate il medico, per proteggere la vita del sacerdote.

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Il medico tarantino Roberto Giannico non ha progettato l'omicidio di don Mimmo Laddaga, responsabile dell'ospedale “Miulli” di Acquaviva delle Fonti. Lo ha stabilito il Tribunale di Taranto che, però, ha condannato il professionista a tre anni di reclusione per tentata estorsione e falso.

La vicenda risale al luglio 2009, quando il medico avrebbe falsificato e alterato i diari clinici di due pazienti in cura nel lebbrosario di Gioia del Colle per occultare un presunto caso di malasanità di cui sarebbe stato responsabile. Una falsificazione per la direzione della struttura sanitaria giusta causa per il licenziamento. A quel punto Giannico, secondo l’accusa, avrebbe utilizzato alcune informazioni di cui sosteneva di essere a conoscenza per ricattare l’ospedale. Storie di presunta malasanità, di falsi ricoveri, di sperpero di denaro pubblico che poi hanno anche portato all’apertura di una inchiesta parallela.

Per non rivelare quelle informazioni, Giannico avrebbe preteso dall’ente circa un milione e mezzo di euro e al rifiuto di don Laddaga, avrebbe poi cominciato a pianificarne la morte. Per i giudici tarantini l'accusa ha retto limitatamente alle ipotesi di tentata estorsione e falso. Riconosciute le attenuanti generiche. Caduta, invece, l'accusa di tentato omicidio. Il professionista non ha commissionato il delitto, ma sul punto i giudici ionici hanno ritenuto che il suo comportamento potesse essere qualificato come “istigazione” e pertanto punito con l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per la durata di un anno.

L'inchiesta, inizialmente coordinata dalla Procura di Bari, era poi passata alla Procura di Taranto che aveva chiesto una condanna a 9 anni e sei mesi. La sentenza non è definitiva. Giannico, assistito dall'avvocato Andrea Fusaro, ha impugnato il provvedimento in sede di appello: fra qualche settimana il nuovo verdetto.

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